Catamarca: i giacimenti della povertà

— Le attività estrattive della miniera Alumbrera hanno messo in ginocchio la regione del nord est argentino. Oggi però le comunità sono in rete con tutte le altre realtà latinoamericane.

“Se cammini per le strade di Catamarca non puoi non imbatterti nei cartelli “Catamarca è miniera”. Come se questa fosse sempre stata la nostra identità. Come se Dio ci avesse dato queste montagne ad uso e consumo delle imprese minerarie. Tentano di fare un lavaggio del cervello alla popolazione ma noi restiamo e resistiamo”. Così Sebastian Pinetta presidente dell’associazione BePe (Bienavedurados del los Pobres), partner storico di COSPE che da più di 20 anni lavora qui, per  sostenere la popolazione già di per sé povera. Con lui l’attivista Rosa Araos. Insieme ci raccontano della tragedia di questa zona, inquinata, abusata,  depredata. E di un legame indissolubile: quello che lega le imprese transnazionali, lo Stato argentino, le Università e i media. Una coalizione che tenta di far passare lo sfruttamento come sviluppo economico. Tenendo all’oscuro la popolazione riguardo a dati e informazioni. Abbiamo parlato del caso della miniera Alumbrera gestita oggi da Glencore, già nel 2012 (La terra rivoltata, Babel 2/2012). Già allora la distruzione in atto era di una violenza inaudita. A sei anni di distanza siamo tornati a capire cosa è successo in questa remota regione della cordigliera argentina: “Dopo molti anni, in cui lo sfruttamento e l’inquinamento e la depredazione delle falde acquifere sono continuati con lo stesso ritmo, nel 2015, la miniera Alumbrera, avrebbe dovuto finalmente chiudere le attività estrattive. Dopo molti rimandi e nuove concessioni, l’azienda ha annunciato, nell’agosto di quest’anno, che a breve inizierà i lavori per cominciare  l’attività estrattiva sotterranea, che inizierà dal 2020”. Quindi semplicemente una conversione del business ma nessuna reale chiusura. Quello che per Sebastian e le popolazioni indigene è una maledizione è stato accolto con giubilo dalle autorità e dalle istituzioni: “Il nostro governo ha messo all’asta questa zona del paese e in generale le risorse naturali argentine. Pensando che sia questa l’unica via alla crescita economica” – continua Pinetta. “Non si rendono conto che i nostri giacimenti di oro, rame, litio, argento vanno ad arricchire solo queste multinazionali straniere e che le loro attività, fatte senza alcun controllo, stanno producendo miseria”. Le compagnie straniere distruggono le economie locali, impiegano pochissima manodopera locale (0,06 per cento) e non influiscono per niente sul Pil argentino, infatti godono di un regime fiscale agevolato, pagano tasse bassissime ed esportano tutto all’estero. Nonostante il quadro fosco, la popolazione del luogo si è mobilitata fin dall’inizio, come ci racconta Rosa Araos, anche sostenuta da associazioni e organizzazioni internazionali come COSPE.  “Sono stati molti i villaggi mobilitati in modo permanente con varie tipologie di proteste (blocchi di strade, manifestazioni, formazione di comitati), nonostante i  metodi intimidatori e violenti usati contro di noi. Oggi – continua – la lotta è cresciuta in consapevolezza e capacità di fare rete. Le persone che qui lottano ogni  giorno sanno che non si tratta solo di una lotta ambientale, ma anche una lotta politica, in difesa di un modello di sviluppo più attento alle persone e più democratico. E sanno che non sono sole. Negli ultimi anni lo sguardo si è alzato verso altre comunità che soffrono delle stesse ingiustizie e si è creata una rete latinoamericana molto forte”. Difendere e abitare il territorio. Non arretrare neanche di un metro. Sono queste le parole d’ordine delle comunità andine di Catamarca “Continueremo, nonostante le repressioni e la criminalizzazione, perché la nostra è la battaglia di tutti, è una battaglia per il bene comune”.

di Pamela Cioni

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