Ordinarie storie di violenza e sottomissione al Cairo

“A 13 anni, come molte mie coetanee, ho subito la mutilazione genitale. Da lì in poi la mia vita è stata un calvario, fisico e mentale: appena sposata per me era impensabile qualsiasi tipo di relazione sessuale. Mi sembrava solo un’atrocità. Fare due figli è stato come morire e poi… rimani tutta la vita segnata. Menomata. Anche negli affetti: nessuno ti toglie più la paura di avere a che fare con uomo. Diventano tutti orchi.”

Sara, ragazza del quartiere cairota di Boulaq oggi ha 30 anni e 2 figli e racconta la sua terribile infanzia e la sua adolescenza perduta alle operatrici del Centro donne gestito da Cewla (Centre for Egyptian Women’s Legal Assistance) una delle più note associazioni femminili e femministe egiziane che ha sede proprio in questo quartiere. Sara, ospite del Centro da alcuni mesi, soffre ancora di problemi fisici e soprattutto psicologici, quello che ha subito, lei come moltissime donne egiziane, è una vera e propria tortura, nonché una pratica illegale.

In Egitto la Costituzione, ma anche la ratifica delle convenzioni internazionali a proposito dei diritti delle donne e della parità giuridica tra uomini e donne, è piuttosto avanzata. Le mutilazioni genitali sono proibite, i matrimoni precoci anche. Ma la realtà è purtroppo molto diversa. Soprattutto per quanto riguarda i quartieri periferici del Cairo e le zone rurali.

Qui il 99% delle donne, secondo l’Unicef, subisce mutilazioni genitali. È una consuetudine sociale cui le famiglie si sentono obbligate per riuscire a dare in moglie la figlia. “Non avevo compiuto neanche 18 anni, e alle spalle avevo già tre matrimoni. Non certo per amore, ma per denaro. In un villaggio povero come il mio, le ragazze sono un oggetto da vendere per le famiglie -racconta Samia, un’altra ospite del Centro- ogni matrimonio porta una dote, che varia a seconda delle disponibilità economiche del marito di turno e della durata del matrimonio.

Ogni volta sapevo benissimo per quanto tempo sarei rimasta sposata, o meglio per quanto tempo avrei subito gli abusi dell’uomo di turno. Voglio che questo non succeda più, voglio che questa brutalità sia riconosciuta come violenza sulle donne e traffico di esseri umani, e che la legge sia applicata”.

L’Egitto è di fatto oggi uno dei Paesi peggiori dove essere donna, condizione che è gradualmente ma inesorabilmente peggiorata dopo il 2011: un Report Onu datato aprile 2013 riporta che il 99.3% delle donne in Egitto ha subito molestie sessuali e che l’Egitto registra tra i più alti tassi di traffico di donne e di matrimoni forzati e che ci sono interi villaggi in cui l’economia si basa su questo.

La violenza è principalmente domestica, cioè tutta consumata all’interno della famiglia allargata che comprende fino cugini di ennesimo grado e all’interno della quale si consumano quasi sempre matrimoni, scambi e compravendita di ragazze. Oggi ci appare sempre più chiaro che oltre a intervenire per salvare queste donne, vittime di violenza, soprusi e abusi è necessario lavorare sull’intera società perché si capiscano le conseguenze di queste atroci pratiche, e perché vengano affermati ogni giorno i diritti delle donne, di ogni donna.

Il Centro di Cewla sostenuto da COSPE è una goccia nel mare, ma esiste e diventa sempre più un punto di riferimento per tante donne del grande quartiere del Cairo dove è situato. Lavora in stretta collaborazione con l’ospedale locale e garantisce alla donne che vi si rivolgono assistenza legale oltre che psicologica. Spesso infatti dopo le violenze le donne devono subire divorzi iniqui, sottrazione dei figli, riduzione in povertà. Oppure sono costrette a sopportare nella stessa casa la seconda e terza moglie.

I matrimoni in questa concezione assomigliano molto a riduzione in schiavitù. E il primo passo è che le donne stesse se ne rendano conto, riescano ad uscire di casa, parlare con altre donne e tentare di prendere in mano la loro vita.

 

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