Il gioco della storia: la memoria, la fuga, il ritorno

IL TUO NOME É UNA PROMESSA (2017, Einaudi) – Una foto con due bambine dalle lunghe trecce, dietro il mare. È quello che resta a Abigail della sua famiglia. La Storia l’ha divisa da sua sorella Esther, e l’Albania che l’ha accolta generosamente quand’era in fuga dalla Germania nazista è diventata poi la sua prigione. Mezzo secolo dopo, a Tirana arriva Rebecca. Fugge da un matrimonio in crisi, ma forse vuole ricomporre il suo album di famiglia ricostruendo la storia che sua madre Esther non le ha mai davvero raccontato.

ANILDA IBRAHIMI – Nata a Valona nel 1972, ha studiato letteratura a Tirana. Nel 1994 ha lasciato l’Albania, trasferendosi prima in Svizzera e poi, dal 1997, in Italia. Il suo primo romanzo “Rosso come una sposa” è uscito nel 2008, nel 2009 ha poi scritto “L’amore e gli stracci del tempo” (2011 premio Paralup della Fondazione Nuto Revelli). Nel 2012 ha pubblicato “Non c’è dolcezza” e, nel 2017, “Il tuo nome è una promessa”. I suoi romanzi, tutti pubblicati da Einaudi, sono tradotti in sei Paesi.

Albanese di nascita, italiana di adozione, Anilda Ibrahimi, 44 anni, 3 figli, è oggi una scrittrice di successo che con la terra madre ha mantenuto un legame profondo e quasi ossessivo diremmo, vista la ricorrenza del luogo in tutti i suoi scritti. Eppure è un legame distaccato. Anilda, ad esempio, scrive in italiano fin dal suo esordio, “Rosso come una sposa”, “Ma non per scelta – dice – non me ne sono neppure resa conto.

È questa la lingua che abito, che vivo ed è questo l’importante”. Abbiamo parlato con la scrittrice all’indomani dell’uscita dell’ultimo libro “Il tuo nome una promessa” (Einaudi). Ancora una volta la storia di una famiglia e di tante generazioni. La Storia che incombe e la Storia del suo Paese d’origine come leit motiv. Personaggi che si muovono tra i grandi eventi, come la seconda guerra mondiale con la loro incosciente quotidianità e che la Storia porta a spasso nel tempo e nello spazio senza che loro se ne rendano conto. Ma la scrittrice sì. E li osserva.

Quale legame ha mantenuto, a livello letterario, con l’Albania?

L’Albania finora ha ancora un legame centrale nei miei libri e nel mio immaginario, con l’eccezione del secondo libro che è ambientato nella Ex Yugoslavia e racconto di più il Kosovo ma anche lì compare la tradizione e l’identità albanese. La definirei un archivio di produzione a cui attingere, ma non statico. Immaginiamolo come un archivio che si sposta con me e con me si contamina di incontri, lingue, storie.

Quali sono gli altri temi centrali e ricorrenti della sua produzione?

Insieme all’ Albania, il tema dell’identità è centrale. E poi ricorrenti sono il tema del viaggio, quello dei legami di sangue e il rapporto tra madri e figli. Poi ci sono il tema della fuga e del ritorno: i miei personaggi sono in costante movimento tra questi due estremi. Ma la mia vera ossessione è il gioco della Storia, cioè come la storia influenzi, senza che noi ce ne rendiamo conto, il corso della nostra vita, il nostro destino. E io racconto la quotidianità, la vita di ogni giorno mentre la Storia, che non abbiamo scelto, rimane di sottofondo a muovere i grandi ingranaggi.

Da dove arrivano secondo lei, queste “ossessioni letterarie”?

Credo derivino da un vissuto parzialmente personale e a come la mia vita sia cambiata dopo la caduta del muro di Berlino. Non sono certo l’unica ad averla vissuta, ma forse io sono stata più sensibile a questo evento ed è per me centrale riflettere su questo. Sono come rimasta intrappolata dalla Storia: avevo 17 anni quando è successo e all’epoca volevo fare Lettere all’Università e insegnare. Dopo, tutto è cambiato e io adesso sono in Italia a fare la scrittrice. La mia vita ha preso un corso che non avrebbe preso. E su questo mi interrogo spesso. E credo che continuerò a farlo, anche se avevo giurato di scrivere un libro più leggero. Non ce la faccio e ricasco nelle mie ossessioni. Qualcuno ha detto: “scriverai sempre lo stesso libro” e mi ci riconosco molto.

Come costruisce i suoi libri?

Definirei i miei romanzi come un tappeto. All’inizio vedi solo tanti colori come quelli dei fili. Poi pian piano i fili si riannodano, le storie che all’inizio sembrano fuori dal tempo e dal mondo pian piano si ricompongono e solo alla fine vedi l’intero disegno. Scrivere è come una lenta tessitura.

Esiste secondo lei un punto di vista femminile della Storia?

Certamente, anzi per me è la narrazione ad essere femminile. Vengo da una cultura dove la tradizione orale era affidata alle donne, alle sole donne. Perché mentre gli uomini erano in guerra o a lavorare nei campi, le donne rimanevano a casa con la prole e passavano il tempo tramandando storie. E sono le storie che ci permettono di sopravvivere come cultura. Nei miei libri io racconto sempre le donne e sono sempre le donne che raccontano. Gli uomini, sebbene abbiano un loro ruolo, spesso anche positivo, sono solo delle comparse.

Perché ha deciso di scrivere i suoi libri in italiano?

In realtà non ho deciso, è che non ho un’altra lingua. Non posso scrivere in altro modo perché sono venuta via dall’Albania nel ‘94 e ho una quotidianità fatta di italiano, la lingua evolve e cresce con te. Non è un fatto di sapere o no una lingua: l’albanese l’ho studiato a scuola e l’ho parlato fino a 20 anni ma se non lo usi più non può essere la tua lingua letteraria. Io vivo in italiano e scrivo in italiano, è semplice.

intervista di Pamela Cioni – pamela.cioni@cospe.org

 

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