A Scutari c’è un centro di “leggerezza permanente”

Quando abbiamo creato il “Centro Donna” nel 2001, volevamo creare un luogo per noi e altre donne e lo abbiamo chiamato “Passi Leggeri”: condividendo tutte la pesantezza della condizione delle donne in Albania, noi volevamo leggerezza. Non abbiamo preso subito in considerazione la questione della violenza contro le donne, contro di noi. Sapevamo che c’era ma non volevamo partire da lì. Forse per paura, forse per timore di diventare un luogo che allontanava. Ci interessava invece diventare un luogo aperto, dove incontrarsi, realizzare iniziative.

Poi il lavoro nei quartieri più periferici della città ci ha avvicinato alla problematica della violenza. Le donne ce la raccontavano: era difficile intervenire oltre all’ascolto. Le coinvolgevamo in altre attività, rispondevamo ad altri bisogni ugualmente importanti per loro: i figli, i servizi, la salute, e avere un reddito. Gli stessi nostri bisogni. Il nostro gruppo si allargava e altri se ne creavano nei quartieri. Ma un giorno mentre stavamo lavorando, la porta dell’ufficio ha cominciato a scuotersi con forza. Abbiamo sentito una voce che chiedeva aiuto. Abbiamo lasciato tutto sul tavolo e siamo corse al cancello. Di fronte a noi è apparsa una donna coperta di sangue con due figli minori che tremavano e piangevano insieme, la mamma li teneva stretti tra le sue mani e tra le lacrime e il dolore ci ha chiesto aiuto.

Mentre i bambini dormivano, la donna ha cominciato a raccontare la sua storia e non riuscivamo a credere alle sue parole. Immediatamente abbiamo cominciato a discutere insieme su cosa potevamo fare in questa situazione. Per la prima volta ci siamo confrontate con le istituzioni locali come la polizia, il tribunale etc… Ci siamo rese quindi conto che la violenza non era un fenomeno che si verificava solo in famiglia, ma anche fuori ad essa, perché le donne vittime di violenza venivano vittimizzate anche da quelle istituzioni che avevano l’obbligo giuridico di aiutarle.

Quando abbiamo ottenuto il primo ordine di protezione contro la violenza domestica in tutto il distretto di Shkoder, eravamo contente perché avevamo vinto anche contro la mentalità comune e avevamo rotto le barriere con le istituzioni. Ma mentre noi stavamo festeggiando la nostra piccola grande vittoria, il figlio di una donna che stavamo seguendo, influenzato dal padre violento, la uccideva nel centro della città. I nostri tentativi di salvare la donna da un marito violento avevano avuto successo, ma avevamo fallito con il figlio. Per questo si dice: “chi subisce violenza può diventare violento”.

Questa storia non ci ha fermato, ci ha rese più forti, più unite, e abbiamo cominciato a vedere le cose con una prospettiva diversa. Abbiamo iniziato ad invitare le donne a discutere per comprendere se questi casi fossero sporadici o fossero un fenomeno frequente della nostra società. È stato doloroso constatarlo, ma la violenza domestica era un fenomeno diffuso ed esisteva in diverse dimensioni in molte famiglie; ma la cosa più allarmante era la legittimità che le stesse donne le davano, soprattutto nelle zone rurali. Con il passare del tempo le donne hanno cominciato a fidarsi di noi e il numero dei casi aumentava di giorno in giorno.

Non avevamo fondi – e continuiamo a non averne – ma dovevamo fare qualcosa. Crediamo di esser riuscite a fare qualcosa in questi anni: prima di tutto abbiamo convinto le donne a parlare e denunciare, perché la violenza non deve rimanere tra le mura di casa. Così è nato il servizio anti-violenza del “Centro Donna”, anche grazie al sostegno della “Casa della Donna” di Pisa, che continua ancora oggi, in modo volontario. In questi anni, non abbiamo lavorato solo con le donne, ma anche con le istituzioni, combattendo contro le loro barriere e mettendole di fronte alla responsabilità che hanno.

Abbiamo alzato spesso la voce e insieme ad altre organizzazioni della società civile albanese abbiamo influito sul miglioramento del quadro giuridico, sul miglioramento dei servizi e, almeno, sulla diminuzione del fenomeno della violenza, che purtroppo è ancora tanta. E nonostante la fatica noi siamo ancora qui, ostinate e determinate.

di Alketa Leskaj, Direttrice del Centro “Passi Leggeri”

 

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