Luciana Sassatelli: la sua passione alle origini del nostro impegno femminista

Sulle pagine di “Jojoba”, il primo magazine edito da COSPE negli anni 1985-1990, si scriveva già molto delle donne e delle loro battaglie per i diritti fondamentali, sostenute dai primi progetti di cooperazione internazionale e di educazione alla cittadinanza globale ed interculturale. Delle donne contadine in Nicaragua e in Senegal, i primi Paesi in cui sono stati realizzati progetti di cooperazione; delle donne in Niger e a Capo Verde, in lotta perenne contro la siccità e per la ricerca di un po’ d’acqua e di cibo per le proprie famiglie; delle donne sudafricane, oppresse tre volte (perché nere, perché lavoratrici e perché donne); delle donne sahrawi, costrette ad una vita di privazioni e di mancanza di prospettive nei torridi campi profughi dell’Algeria.

Luciana Sassatelli, fondatrice e presidente di COSPE fino al 1994, anno della sua tragica scomparsa sulle strade del Niger, aveva il dono della lungimiranza e di saper vedere oltre l’orizzonte, di immaginare quello che sarebbe avvenuto di lì a pochi anni in Italia e nel mondo sui grandi temi di impegno della società civile.

Seppe precorrere i tempi, pensare progetti sempre innovativi e ci ha lasciato parole che ancora oggi ci interpellano con forza. In un articolo intitolato “Essere bambini è un diritto, pur nell’emergenza” (“Jojoba”, 1/1987), Luciana raccontava di un progetto sull’educazione prescolare nei campi sahrawi in Algeria, dove in condizioni di estrema difficoltà le mamme e le educatrici cercavano con fatica di opporsi al modello di una scuola coranica rigida ed impositiva, anche con bambini così piccoli, e così scriveva: “Le donne sahrawi, che sono innanzitutto madri, hanno colto la potenzialità dell’educazione prescolare ed ora sono orgogliosissime di partecipare e di sostenere questo progetto di formazione soprattutto come un investimento sulla qualità della vita dei propri figli…

Queste donne hanno un coraggio meraviglioso, quello di sfidare l’emergenza e ricreare spazi vivibili su misura per i loro piccoli… L’impresa che esse vogliono portare avanti è troppo importante perché le si possano dimenticare ”. E così nacque una catena di solidarietà che per anni porterà ai bambini sahrawi libri, pennarelli, colori, giocattoli, palloni, pupazzi, Lego, strumenti musicali per animare le loro giornate e fornire alle giovani maestre preziosi sussidi didattici e ludici da utilizzare in “scuoline” affollatissime.

Negli stessi anni Luciana cominciò a scrivere anche di immigrazione e di migranti, molti anni prima che le istituzioni, la politica e la stessa società civile italiana si rendessero conto dell’importanza di un fenomeno in rapida espansione e le cui caratteristiche purtroppo sono solo peggiorate negli anni. In un paio di articoli dal titolo evocativo “Gli immigrati extra europei: alcune ragioni per occuparsene” (“Jojoba”, 1/1987) e “Gente che va, gente che viene” (“Jojoba”, 3/1987), si legge già un’attenzione tutta particolare verso “Le donne capoverdiane, eritree e filippine che fanno le domestiche”, i cui diritti di cittadinanza sono calpestati ancor di più perché spesso analfabete.

Così l’impegno nelle isole africane di Capo Verde, avviato con il primo progetto di sviluppo rurale nel 1988, si coniugò fin dall’inizio con l’interesse a conoscere la piccola comunità capoverdiana immigrata a Firenze, formata soprattutto da donne, che nel 1988 registrò legalmente un’associazione il cui obiettivo era di organizzare corsi di alfabetizzazione in portoghese e di istruzione elementare per le molte donne che arrivavano in Italia senza saper né leggere né scrivere.

Ancora una volta, una battaglia per i diritti delle persone e soprattutto delle donne migranti che portò poi ad un’altra esperienza pilota ed innovativa in quegli anni e su questi temi: la ricerca-intervento sulla comunità filippina immigrata a Firenze, fortemente voluta da Luciana, che si svolse fra il 1988 ed il 1990 in collaborazione con l’Università e la Regione Toscana.

La comunità filippina, come molte altre immigrate in Italia, era ed è composta principalmente da donne, le prime a partire in situazione di necessità e di disagio, lasciando famiglie e bambini anche molto piccoli, per andare a cercar fortuna altrove, come sempre hanno fatto le donne nel mondo. Così come giovani donne erano le ricercatrici, studentesse italiane della Scuola di Scienze Sociali e giovani filippine, educatrici, maestre, studentesse in sociologia prima di lasciare il proprio Paese.

Da questa attenzione nacque poi la ricerca-azione su “L’immigrazione femminile in Toscana” (1995), su cui lavorò a lungo un’altra collega, femminista e studiosa della condizione femminile che ci ha lasciate prematuramente, Maria Teresa Battaglino, di cui si ricordano le idee, i pensieri e le sperimentazioni coraggiose su altre pagine di questa pubblicazione. I semi di quello che è diventato poi un vero e proprio programma pluriennale di collaborazione politica fra associazioni di donne prima che di cooperazione, sono stati gettati da Luciana nel corso dei suoi frequenti viaggi in Algeria, un Paese difficile all’inizio degli anni ‘90, lacerato da tensioni sociali ed economiche dirompenti, teatro di scontri politico-religiosi violenti e brutali che minacciavano quotidianamente la sicurezza dei cittadini ed i diritti umani fondamentali.

Proprio lì aveva voluto sostenere, dare possibilità di espressione ed azione ad associazioni ed organizzazioni di donne, le prime vittime della crisi economica e dell’intolleranza. Vi si era recata più volte e aveva fondato a Roma il “Comitato Italiano di Solidarietà con l’Algeria“ (CISA) all’inizio del 1994, pochi mesi prima di morire.

L’Algeria, governata con pugno di ferro dai militari che avevano preso il potere dopo la vittoria del FIS (Fronte Islamico di Salvezza) alle elezioni amministrative del 1990, si mostra a Luciana col suo volto di donna: “Alcune donne algerine hanno rappresentato per me, fin dall’inizio del miei transiti, la chiave di lettura per la complessa situazione di questo Paese, sospeso tra la modernità e l’integrismo religioso, la ricchezza dei pochi e la povertà dei molti.

È stato possibile, pur nella difficoltà della situazione attuale, stabilire con alcune di loro un programma di scambio e di solidarietà particolarmente significativo in un momento in cui la realtà sembra tornare indietro ad un “medioevo” violento e cieco”. (“Testimonianze”, 362/1994) Ricordava ancora Luciana nello stesso articolo: “Alcuni mesi fa ho partecipato al seminario Folies eu Féminin, che aveva lo scopo di analizzare oggi la situazione di disagio, psichico e non solo, delle donne algerine e porre le basi per un progetto di solidarietà e scambio tra le donne di associazioni femminili”.

Era il 1994 e fu questo l’inizio del progetto “Rete delle Donne del Mediterraneo”, nato con l’ambizione di far conoscere, dialogare e mettere in rete fra loro donne ed associazioni femministe in Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Palestina, Italia. Da quel primo progetto sono germogliati interventi in Palestina, Tunisia, Egitto, Marocco che ancora impegnano COSPE e le sue risorse a fianco delle associazioni delle donne del Mediterraneo, e non solo.

L’anno successivo, le stesse associazioni femministe partner del progetto “Rete delle Donne del Mediterraneo” unirono le forze per elaborare e pubblicare un codice della famiglia rivisto nei suoi principi fondanti, nel rispetto di quei diritti fondamentali delle donne che vengono ancora negati in gran parte del mondo.

In Algeria dalle osservazioni di Luciana Sassatelli e dall’ampia documentazione di casi di vittime del codice della famiglia raccolta dalle organizzazioni delle donne, nacque poco dopo il primo progetto per la creazione di una casa protetta in cui accogliere donne e bambini vittime di violenza domestica alla ricerca di un alloggio, un lavoro, un reinserimento sociale, spesso possibile, per raccontarla ancora con la parole di Luciana, solo grazie a quella “società civile, composta da intellettuali, professionisti, funzionari dello stato e dirigenti di imprese, semplici lavoratori, studenti, giovani e donne, che non accetta l’attuale stato delle cose e si pone in un una posizione di ricerca di alternative tra l’integralismo religioso ed il regime militare.

Non tutti assumono necessariamente il rischio di una militanza attiva e dichiarata, molti sono sinceramente musulmani, altri semplicemente laici. Parlano tutte le lingue ed amano profondamente il loro Paese. Sono quelli che hanno deciso di non andare in esilio. Nonostante le minacce alla vita propria e dei loro figli, pur nella disperazione e paura di ogni giorno, praticano la tolleranza del quotidiano” (“Testimonianze”, 362/1994).

Le figlie ed i figli delle militanti e dei militanti che Luciana incontrava in Algeria nel 1994 sono gli adulti di oggi, sono quelle stesse donne con cui COSPE ha continuato a progettare un futuro migliore, in cui i diritti umani siano di casa e non solo una chimera irraggiungibile. Da allora molti risultati sono stati raggiunti, alcune legislazioni nazionali si sono evolute, le “Case delle donne” si sono moltiplicate, la coscienza dei diritti è cresciuta.

Soprattutto per chi lavora da anni con i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente ed in particolare con le donne ed i giovani che da generazioni lottano contro ogni forma di totalitarismo, patriarcato, intolleranza, limitazioni della libertà collettiva e personale le parole di Luciana suonano profetiche e ci fanno capire che il lavoro è ancora lungo ed impegnativo, ma che la forza del cambiamento sta tutta in queste donne coraggiose.

di Maria Donata Rinaldi – mariadonata.rinaldi@cospe.org

 

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