COSPE: la nostra storia è nata femmina

Da sempre i diritti delle donne sono il lungo filo che tiene insieme tutto

Riassumere la storia di un’attività o di un’organizzazione, è un po’ come comporre un mosaico i cui pezzi sono fatti anche di storie di vita, parti di biografie, immagini e ricordi che da lontano ritornano. Per COSPE, lavorare sui diritti e l’empowerment delle donne è stato possibile grazie alla sua permeabilità e capacità di ospitare nel tempo donne collegate ai movimenti femministi con il desiderio di guardare altri contesti per allargare visioni e pratiche.

È stato un lungo e non ancora terminato lavoro interno che ha assunto e continua ad assumere l’analisi femminista dell’ineguaglianza tra nord e sud del mondo e tra uomini e donne come collegate e interdipendenti e nel fare questo non considera il femminismo occidentale come unica possibilità e modalità di risposta ai tanti patriarcati.

Non esiste quindi un solo femminismo, esistono tanti femminismi e soprattutto esistono le donne con i loro desideri, visioni, pratiche differenti che possono contaminare e contaminarsi per co-costruire società più eque e rispettose delle differenze. Parte dunque da qui, da questo assunto, quel lungo lavoro di COSPE a favore delle organizzazioni di donne in tanti luoghi del mondo.

La presidente e co-fondatrice di COSPE, Luciana Sassatelli, si impegnò per anni in questa battaglia. Forse la sua battaglia più lunga e difficile fu dedicata alla sponda sud del Mediterraneo, spazio geografico contenitore di tante contraddizioni e conflitti di cui anche noi siamo parte integrante. È nel Mediterraneo che si sono giocate e si giocano molte partite difficili e come sempre la questione dei diritti delle donne diventa questione dimenticata o strumentale a seconda dei diversi interessi.

Ed è proprio in tanti Paesi del Mediterraneo che COSPE ha sostenuto il processo di creazione di “Case delle donne” intese come spazio pubblico di donne per una democratizzazione sostanziale della società, dove rifugiarsi e insieme ripartire per azioni di trasformazione sociale, culturale, economica in un’ottica di genere. Algeri, Cairo, Gaza, Jendouba, Scutari. Ma il bisogno di spazi pubblici è riconosciuto come bisogno strategico delle donne al di là dei confini geografici: in Swaziland gruppi di donne in aree rurali hanno portato avanti una battaglia per vedersi riconosciute delle terre dove poter costruire delle “Case delle donne”.

Cambiano i contenuti, le modalità di gestione ma rimane lo stesso grande bisogno: entrare nello spazio pubblico e assumere visibilità, incidere sulle politiche pubbliche, incontrarsi con altre per modificare la propria condizione e quella di altre. Ma i confini del mondo si perdono nei volti e corpi di tante donne che dai tanti sud del mondo sono migrate anche verso il nostro Paese. Lavorano nelle nostre case, si prendono cura dei nostri figli, dei nostri anziani. Oppure fanno lavori dimenticati, non più desiderati. Spesso senza diritti e sfruttate. Quando COSPE cominciò, quasi pioniere quel lavoro di mediazione interculturale negli anni ’80, non si pose subito il problema che nelle migrazioni ci sono uomini e donne, percorsi e vissuti differenti, migrazioni anche di patriarcati e nuove asimmetrie.

Fu di nuovo il movimento delle donne, soprattutto alcune sue espressioni più innovative e dirompenti in Italia a far emergere la contraddizione delle migrazioni al femminile e come queste impattavano anche sui movimenti delle donne e sulle politiche pubbliche di welfare in Italia. La creazione del primo centro interculturale delle donne a Torino, “l’Alma Mater”, affascinò COSPE e si crearono i primi collegamenti che portarono poi ad un lavoro importante per il COSPE in Italia, in Toscana e Emilia Romagna in particolare.

Fu in particolare Maria Teresa Battaglino, storica femminista di Torino da poco stabilitasi a Siena, a promuovere con COSPE un associazionismo di donne migranti che mettesse insieme diritti, intraprendere economico, rete sociale mostrando che il nord e sud del mondo sono intrecciati in una relazione complessa e tortuosa al di là di confini geografici oggi sempre più labili.

Alcune di queste realtà associative interculturali delle donne sono vive ancora oggi (Afghanistan, Algeria, Albania, Senegal, Swaziland, Tunisia) e sono cresciute, altre si sono perse, altre sono nate nei territori dove lavoriamo. Lavorare a fianco delle donne, delle loro organizzazioni, contro i fondamentalismi, contro i liberismi, contro un’idea oscura di società è diventato per COSPE un impegno stabile.

di Debora Angeli – debora.angeli@cospe.org

 

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