Casa Ramìa: storie di donne in circolo

Dal nome di una pianta, l’intreccio di tante vite e un racconto collettivo

All’inizio, era il 1998, cercavamo uno spazio: uno spazio intermedio tra persone e istituzioni. Doveva essere uno “spazio vuoto”, spazio di incontro libero da schemi preordinati e accogliente, che permettesse l’incontro tra diverse donne, culture, generazioni, lingue. Eravamo un gruppetto di italiane per lo più professioniste della scuola e dei servizi che era andato a incontrare un gruppetto

di donne provenienti da diversi Paesi nel primo corso per mediatori culturali tenutosi a Verona. Avevamo fatto un’associazione, “Ishtar”, la grande dea babilonese. Cercavamo quindi uno spazio in cui sostenere il desiderio di ogni donna, in cui dare forza e azione al desiderio, in cui incontrare altre con cui il proprio desiderio diventasse possibile. Abbiamo ottenuto uno spazio dal comune di Verona nel 2004 e io, che ero assistente sociale del Comune, ne sono diventata la coordinatrice.

Nella ricerca del nome da dare a questo luogo la parola che più tornava era “casa”, così è diventato “casa di Ramìa”, ramìa è una pianta da cui si ricavano fibre tessili. Ne posso parlare solo dicendo “noi”, ma questo noi non è un’appartenenza istituzionale, politica, ideologica anzi, volevamo uno spazio in cui ognuna potesse cercare se stessa attraverso l’incontro con altre. Una volta che ci si è radicate nel proprio terreno, nel terreno del proprio desiderio, si possono coltivare appartenenze multiple.

Questo noi segna “una parola conquistata, un gesto vicino al quotidiano ma insolito, come raccogliere energia da qualcuna e riportargliela, non lasciarla defluire verso il mondo, verso gli altri (…) Qualcosa preso e poi rivolto alla stessa, a un’altra ma non alla società in generale, non alla cultura, alla filosofia. Solo così si raggiunge un sapere realizzabile. Solo qui passa, leggero come un cenno, tra due, tra alcune, un noi.”(Angela Putino, “Saltare” DWF 1998).

La parola, l’ascolto, sono da subito state al centro della nostra esperienza, così come anche l’ascolto del corpo: la danza è l’attività che più spesso i gruppi di donne migranti hanno organizzato all’inizio, sotto lo sguardo stupito delle italiane che volevano fare dibattiti. La forma che ha preso l’incontrarsi è stato spontaneamente quella del cerchio. La forma spaziale del colloquio in un ufficio di servizio sociale, che pure usa come strumento fondamentale la parola, è normalmente frontale, chiare sono subito le posizioni e i ruoli di potere.

Il cerchio pone tutte sullo stesso piano, magari restano dei ruoli nel gruppo ma prendono un altro peso, la parola circola liberamente. I cerchi narrativi sono stati la nostra grande scuola alla libera presa di parola e all’ascolto. C’è un vero e proprio metodo: anche chi conduce si mette in gioco, si può parlare solo a partire da sé. Si parla su piccoli temi di vita quotidiana. Al centro del cerchio mettiamo un oggetto che si prende in mano quando una prende la parola, quando ha finito di parlare lo passa, nessuna può discutere o commentare il racconto ma solo ascoltare l’eco che le suscita e farne un altro.

Di racconto in racconto, l’io si stanca di identificarsi e giudicare, e il giudizio cade. La sua caduta apre uno spazio di libertà impensato, è un guadagno per tutte. Un guadagno di libertà. I bambini giocano tra le nostre storie e entrano a farne parte. Una, o l’altra, può prenderne uno in braccio perché la madre possa continuare il racconto, o anche solo per giocarci insieme. La libertà trova una forma al desiderio, anche una piccola forma, ma in cui il desiderio è vivo. Questa è la grande energia che muove l’azione di alcune donne della casa, è per questo che la loro azione ne genera altre, in una irresistibile moltiplicazione di idee e azioni, relazioni, contatti.

A una decina d’anni dalla creazione di “Casa di Ramìa”, le donne che in essa erano cresciute hanno iniziato ad avere una grande necessità di espansione, di avere nuovi luoghi e nuove azioni. Queste donne sono diventate dei ponti viventi tra donne delle loro comunità e servizi, associazioni, luoghi della città. È con l’ energia del desiderio che abbiamo iniziato ad attraversare le frontiere degli spazi istituzionali, ora le donne che ci lavorano, alcune hanno iniziato a girare nella casa. Parlare a partire da sé crea responsabiltà, capacità di rispondere.

Bisogna essere radicate sul proprio terreno. Anche se sono le prime parole, devono nascere dall’ascolto. L’ascolto dell’altra, l’eco delle sue parole genera un ascolto di sé. Non è per creare un collettivo, ognuna ha la propria guerra per discernere e sostenere i propri desideri vitali dai propri “dover essere”. Cerchiamo di guardarci dai pericoli dell’appartenenza, questo grande desiderio umano. Le differenze tra noi esistenti ci aiutano.

Con i piedi ben radicati sul nostro terreno, possiamo sporgerci a cercare un orizzonte. Ci sono molti orizzonti possibili. Dentro una piccola storia, ci accorgiamo di toccare dimensioni sociali, personali, geopolitiche, istituzionali, spirituali… È incredibile il numero di diverse dimensioni esistenti in un essere umano! Siamo di fronte a una grande complessità. Una complessità creativa!

di Elena Migliavacca, coordinatrice del “Centro Interculturale delle Donne Casa di Ramìa” del Comune di Verona

 

Leggi tutti gli articoli di questo numero