“Se uccidono una, ci uccidono tutte”

Gli slogan di lotta contro i femminicidi delle attiviste sudamericane

Sabato 3 giugno per il terzo anno consecutivo “Ni una menos” ha fatto sentire la sua voce di protesta contro la violenza di genere, in decine di città dell’Uruguay e dell’Argentina. La proposta di una marcia nazionale contro la violenza venne lanciata il 3 giugno del 2015 dal movimento argentino delle donne: un movimento plurale, spontaneo e dai messaggi incisivi, che ha finito per assumere la leadership continentale di una mobilitazione permanente.

Le parole d’ordine: “Ni una menos”, appunto, riprende e trasforma il titolo di una poesia di Susana Chávez contro il femminicidio a Ciudad Juárez (“Ni una muerte más”: nemmeno una morta in più). E poi: “Vivas nos queremos” (ci vogliamo vive) o “Matan una, matan a todas” (se uccidono una, ci uccidono tutte). Messaggi che uniscono e che ci fanno sentire tutte rappresentate. In Argentina, dopo la prima storica marcia del 2015 e la successiva del 2016, sono venuti altri due momenti cruciali. La marcia del 19 ottobre 2016 a Buenos Aires e lo sciopero proprio all’indomani di un brutale femminicidio che commosse l’intera regione.

In quel giorno – il mercoledì nero – il movimento invitò tutte le donne del Paese di astenersi dal lavoro per un’ora. Per la prima volta si propose nella regione l’arma dello sciopero dal lavoro, diventata strategia centrale per l’8 marzo 2017 nel mondo. Ma al di là di questi eventi centrali, la presenza negli spazi pubblici è permanente. In Uruguay, per esempio, nasce nel 2015 l’iniziativa “Mujeres en alerta y en la calle” (Donne in allerta e per strada).

Ogni volta che uccidono una donna si convoca in pieno centro una mobilitazione silenziosa. Di violenza si parla sempre di più. E a partire dalla visibilizzazione della violenza, appaiono modi nuovi di percepirla e di assumerla. Anzitutto, non se ne può più negare l’esistenza e comincia ad essere considerata come una realtà da lottare in ambiti e settori dove prima era impensabile. Sebbene ancora manchino molti strumenti pratici, già da più parti si chiedono interventi chiari da parte dei governi.

La memoria, dunque, è una strategia centrale di lotta. Di fatto, il 3 giugno scorso a Montevideo uno dei momenti più toccanti della marcia è stata la lettura dei nomi delle donne uccise dall’inizio dell’anno: già ben 18 donne, in un Paese di appena 3 milioni di persone. Davanti ai nomi di ciascuna di loro, alle sagome disegnate sui cartelli, con l’età e la data della morte, in ciascuna di noi si accendeva la memoria di altre donne, di altri luoghi e di altre storie di violenza. Perché la violenza è così: fa parte della storia di ciascuna di noi. Un’altra strategia è la documentazione, la sistematizzazione e la diffusione delle cifre, che appaiono sempre più drammatiche.

Perché mentre aumenta la protesta aumentano le denunce e emerge una realtà prima poco documentata. Così oggi sappiamo che nel 2015 in Argentina veniva uccisa una donna ogni 30 ore, mentre oggi si registra una denuncia di morte collegata a violenza di genere ogni 18 ore. Sappiamo che l’Uruguay fa registrare l’indice più alto nel continente per casi denunciati di violenza di genere; o che il Brasile ricopre il quinto posto al mondo per casi di femminicidio (4.762 donne uccise nel 2013). In Uruguay, le donne della “Coordinadora feminista” propongono il riconoscimento del “femminicidio” come categoria politica necessaria. Accusano lo Stato di responsabilità, perché i servizi di appoggio alle vittime/sopravviventi sono totalmente inadeguati rispetto alle necessità. Accusano il sistema patriarcale e capitalista, che sostiene e riproduce le condizioni della violenza e della discriminazione. “Determinate torniamo a dire che siamo vittime di violenza anche quando i poteri politico, medico, giudiziario e religioso continuino a limitare e condannare la nostra autonomia. Torniamo a dire che vogliamo avere diritto di autodeterminazione sui nostri corpi: perché l’aborto (N.d.A.: nonostante la recente approvazione della legge per la depenalizzazione) continua ad essere penalizzato e criminalizzato.

Determinate, ricordiamo che è violenza anche la povertà, così come la disoccupazione o la terziarizzazione e precarizzazione che ricadono specialmente su di noi. Che è violenza anche la doppia giornata e che non accettiamo più che la cura della quale ci occupiamo sia invisibile”. Il femminismo esce oggi da ambiti per anni tradizionali (ong, aule universitarie, organismo pubblici deputati alla difesa dei diritti delle donne) e torna in piazza. Parla innanzitutto di violenza. Ma pone al centro del dibattito, in maniera chiara ed energica, altre dimensioni ugualmente centrali: come la relazione fra patriarcato e capitalismo o i temi del lavoro e del sistema di cura. Pian piano, il movimento ottiene che si sentano rappresentate nella protesta donne di varie classi sociali e generazioni: elemento totalmente nuovo per un movimento che per troppi anni è stato di stampo fondamentalmente elitario. Ma perché oggi? E poi: cos’è cambiato in questi anni? Indubbiamente, nell’era delle reti sociali i movimenti si estendono con maggiore facilità. Il potere che ci fa “stare assieme”, riflettere assieme, pensare a strategie comuni si potenzia attraverso lo scambio virtuale. Ed è grazie a questo strumento che lo sciopero dell’8 marzo 2017 ha avuto un potente impatto in tutto il mondo. Ma non è solo questo.

C’è il lavoro degli ultimi decenni dei gruppi femministi: in Argentina – per esempio- l’incontro nazionale di Rosario è giunto nel 2016 alla sua trentunesima edizione ed ha convocato lo scorso anno ben 90mile donne. Ma non solo. Personalmente, ritengo che la crisi politica e di prospettive che sta investendo la regione sudamericana (in alcuni casi possiamo dire chiaramente e senza sensi di colpa alcuni “fallimenti” dei governi progressisti) ha avuto il suo impatto. La fiducia nella stagione progressista, dell’inizio del secolo, aveva visto le donne dei movimenti accanto a governi che facevano sperare cambiamenti epocali. Ma l’illusione non è durata molto. La trasformazione non può essere “neutra”: “la revolución será feminista o no será” (la rivoluzione sarà femminista o non accadrà) dicono oggi le donne.

Dunque dopo un’epoca di stigmatizzazione forte ed assoluta, oggi il femminismo torna ad essere una categoria che accomuna. Insomma: oggi nella regione l’offensiva neoliberale è drammatica e in questo frangente la lotta delle donne diventa centrale. Il fermento comincia a farsi strada anche in settori tradizionalmente poco attenti alle questioni di genere, come il cooperativismo.

Nel caso dell’Uruguay, nasce a metà del 2016 una “Commissione di genere nella “Federazione di Cooperative di Produzione dell’Uruguay”, nostro partner storico- e si riesce, dopo quasi 10 anni di lavoro che il COSPE ha portato avanti, a ottenere l’approvazione di un progetto di rafforzamento della cittadinanza femminile e della partecipazione nell’ambito dell’Ess (Cooperación con equidad, recentemente approvato dall’Unione Europea).

“Ostinate da più di due anni abbiamo cominciato a scendere nuovamente in piazza: mobilitate e in allerta. Oggi occupiamo le strade con il nostro grido, perché il dolore è diventato rabbia e la rabbia si è trasformata in lotta” recita la dichiarazione letta in coro sabato sera a conclusione della marcia. Ed io sento che mi rappresenta profondamente, sento che i termini della protesta oggi rappresentano la mia storia personale, così come delle donne con le quali ho pensato, lavorato e sognato attraverso i confini della cooperazione internazionale. Sento anche che stanno venendo tempi migliori, anche se le necessità sono tante.

Servono servizi per le donne vittima di violenza. Serve connessione e collaborazione fra le istituzioni e i servizi. Serve lavoro dignitoso per le donne e servizi di cura per sgravarle dal peso della loro doppia o triple presenza. Servono politiche chiare e decise. E, lungo il cammino, servono opportunità di scambio e dialogo fra donne di diversi luoghi e realtà.

di Ada Trifirò, esperta di genere e a lungo cooperante COSPE in Uruguay

 

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