Mi chiamo Saniya e vi dico che la violenza è di casa

Testimonianza raccolta dalle operatrici di Hawca (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan) nella “Casa protetta” che gestiscono a Kabul. Saniya è una delle 20 donne che hanno beneficiato del progetto “Vite Preziose” nato nel 2011 dalla collaborazione tra la ong di donne afgane Hawca, il quotidiano L’Unità e il Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) e che prevede il sostegno a distanza di donne e bambine afgane vittime di violenza.

“Mi chiamo Saniya e vengo dalla provincia di Laghman. Ho 13 anni. Mio padre mi ha promessa da tempo e devo fare il mio dovere. Mia madre cerca di consolarmi: tuo marito non è brutto, è sano. Può bastare, dice. L’ho visto, da uno spiraglio della porta. No, non è brutto e almeno non è vecchio come quello di mia sorella. L’aria sa di nuovo, è quasi primavera. Aspetto qui, nella stanza dove sono cresciuta. Gli ospiti sono arrivati, il cibo pronto. Ma la festa non comincia. ‘Che succede, perché?’. Le voci si alzano, le porte sbattono.

Il mio “fiancé”, come lo chiamavo con le mie sorelle, non è arrivato. Il futuro suocero ha detto che non mi vuole più. Litiga con mio padre. La mamma piange. Ma a me non importa, improvvisamente respiro di nuovo. Il mio fiancé non mi vuole, e non lo voglio nemmeno io. Tutto è sistemato, rimango a casa mia. Ma l’illusione dura poco. Bisogna riparare l’offesa e non si può sprecare tutto quel cibo. Il suocero pagherà di più, ha altri figli. Il fiancé non brutto è sostituito dal fratello maggiore. Gli uomini sono contenti, il matrimonio si fa.

L’onore è salvo e il riso si mangerà. Questo marito di riserva è brutto, strano, silenzioso. Sordomuto. Adesso sono proprietà della sua famiglia. Di tutti. È così che funziona? Il primo fiancé che non mi voleva, adesso mi vuole, tutte le notti, e mi vuole anche suo padre. Sto zitta se no mi picchiano. Lo fanno spesso. Devo essere sorda e muta, come il mio sposo. Quattro figli, tre maschi, una femmina sola, per fortuna. Nessuno è di mio marito. Ma sono miei, tutto quello che ho. Un giorno il fiancé e suo padre portano a casa altri uomini, sconosciuti.

‘È una bella notizia,’ dicono. ‘Finalmente servirai a qualcosa! Vedi? Pagano per te!’, dice mio suocero, soddisfatto, mettendo in tasca i soldi. C’è un limite che non si deve superare. Basta. Sono di nuovo incinta, non so di chi. Prendo i bambini più piccoli e scappo via, via dal fiancé che non era brutto e dagli uomini che mi hanno resa brutta. Ho avuto fortuna, in fondo.

Mio figlio è nato nella casa protetta, nella vita protetta. Non sono più sola. Voglio il divorzio da mio marito. E poi? Il sogno: vivere da sola con i miei bambini, un piccolo lavoro, così la vita avrà davvero quell’odore di nuovo. Saniya trova rifugio nello shelter di Hawca per molti mesi, dove, grazie all’aiuto di Elisa può curare le sue profonde ferite fisiche e mentali.

È lì che nasce il suo ultimo figlio. Poi, il sostegno di Elisa le permette di essere accettata a casa del padre dove, potendo provvedere al suo mantenimento e a quello del figlio, rimane per alcuni mesi. Dopo due anni di grosse difficoltà legali, finalmente, ottiene un’importante vittoria: il sospirato divorzio dal marito. Ci racconta così quel momento: ‘Quando le mie avvocate mi hanno annunciato che ero una donna libera, avrei voluto volare e dimenticare per sempre tutte le mie sofferenze e la mia stessa vita.

In un attimo non c’era più niente, nemmeno i miei figli, nient’altro che quell’enorme sollievo.’ Purtroppo il divorzio, in Afghanistan, non è un diritto accettato. Saniya deve ancora affrontare le continue minacce del marito e della sua famiglia, per i quali, il suo divorzio è un affronto e una vergogna. Ma, nonostante questo, è felice. Le avvocate stanno cercando di ottenere la custodia dei figli. Saniya vuole che possano studiare e crescere in una vita senza violenza.

In questo momento vive nella casa di alcuni parenti e spera di averne presto una tutta sua. Vuole lavorare e Hawca sta cercandole un impiego. Solo se potrà mantenere i figli ne otterrà la custodia. L’autonomia economica sottrae armi ai ricatti che le donne subiscono e l’aiuto di Elisa le permette di non dipendere dagli altri, salvaguardando così la sua nuova vita. A lei pensa ogni giorno.

A cura di CISDA

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