Albania: in marcia verso la modernità. A passo lento

Leggi per la parità e contro la violenza non impediscono che le donne siano maltrattate

L’Albania. Uno degli ultimi regimi comunisti a cadere. Il regime forse più duro in termini di violazioni dei diritti umani e chiuso per anni al contatto con il mondo. Un’economia disastrata e tante attese e speranze lo hanno adesso aperto ad un’altra pagina della sua storia. Oggi rimane un Paese in continua transizione, dominato da criminalità e corruzione diffusa e poteri corrotti, dalle belle leggi imposte dall’Europa che poco vengono applicate. Il regime comunista considerava le donne e gli uomini uguali di fronte alla legge anche se negava alcuni diritti come il diritto all’aborto, in nome di un nazional socialismo paranoico. La fine del regime ha portato nuovi diritti formali, come quello dell’aborto, a rivedere alcune leggi e alla nascita di molte organizzazioni di donne, spesso però guidate da chi aveva già un ruolo nel regime precedente. Il processo di integrazione europea ha obbligato il Paese a rileggersi su un piano legislativo e l’Albania ha molte leggi avanzate: da quella sulla violenza domestica a quella sui diritti riproduttivi. Ma tutte queste leggi sono inapplicate. Sono lì come un orpello, come un atto dovuto, nessun investimento, quasi una beffa. E la distinzione tra città e campagna/montagna è ancora molto forte. Il processo migratorio che ha attraversato il Paese è stato dirompente. Gli uomini partivano e le donne rimanevano a gestire una quotidianità difficile. Le giovani donne, che non volevano sottoporsi ad una vita già segnata, sono state spesso vittime di traffico destinate al grande mercato della prostituzione in Italia e in Europa. Per molti anni abbiamo sentito raccontare storie terribili di ragazze che partivano con il miraggio di un lavoro e finivano sfruttate sessualmente e sotto la minaccia costante dei trafficanti albanesi. Oggi questo fenomeno non ha più i numeri di un tempo ma molta sofferenza e le molte vite perse sono ancora lì a ricordarci tutto questo. Oggi la droga è la nuova merce di scambio tra le criminalità delle varie sponde del Mediterraneo. Non ci sono più le leggi repressive del vecchio regime ma la condizione delle donne e dei loro diritti rimane molto complessa e difficile. A gestire e detenere il potere sono spesso antiche regole claniche e nuovi gruppi di potere che di fatto escludono le donne, legittimano la violenza contro di loro e le relegano a ruoli subalterni. Vi sono come due Stati in uno Stato. Da una parte lo Stato formale con le sue leggi e dall’altra parte quello che accade davvero nello Stato di fatto. La legge garantisce eguaglianza tra gli uomini e le donne ad ogni livello ma di fatto questo non accade e le norme tradizionali sembrano essersi rafforzate con la caduta del regime: poche donne hanno proprietà soprattutto nelle aree di campagna e montagna, il diritto all’eredità vale più per gli uomini che per le donne (nate per passare da una famiglia ad un’altra), i matrimoni forzati sono ancora una triste realtà, gli abusi sulla salute delle donne sono quotidiani. E gli indici di violenza domestica sono drammatici. Anche la situazione della società civile è fragile. Nuove organizzazioni di donne sono nate maggiormente libere dai vincoli del passato ma faticano a trovare strade differenti. Il nord del Paese è maggiormente sottoposto a queste contraddizioni e ad una povertà e impoverimento diffuso. È qui che COSPE ha deciso di operare mettendo insieme un lavoro tra città e campagna e mettendo al centro la questione delle donne come questione dirimente per uno sviluppo democratico e sostenibile del Paese. COSPE ha sostenuto la nascita di gruppi di donne in molte aree rurali e di un centro donna nella città di Scutari che come dice il suo nome “Passi leggeri” lavora per alleggerire la condizione delle donne e vedere rispettati i loro diritti di cittadinanza.

Approfondisci le informazioni sul nostro sito www.cospe.org e sostieni i nostri progetti in Albania.

 

Leggi tutti gli articoli di questo numero