Afganistan: questo non è (ancora) un paese per donne

Guerra e fondamentalismo qui rendono impossibile la vita della popolazione femminile

Più di 30 anni di guerra, fondamentalismo, insicurezza, impunità e mancanza di un sistema legale riconosciuto hanno lasciato in Afghanistan un’eredità di violenza contro le donne che è adesso profondamente radicata nella società afgana. E la situazione non sta migliorando.

Il periodo politico e sociale a cui stiamo assistendo oggi in Afghanistan è uno dei peggiori degli ultimi 15 anni. I continui attentati nel Paese da un lato (con infiltrazioni di Daesh per la prima volta) e l’aumento di profughi afgani che rischiano la vita per raggiungere l’Europa dall’altro, ci raccontano un Paese allo sbando, con il potere frastagliato tra fazioni e diviso tra talebani e signori della guerra, con un fragile e inefficiente sistema parlamentare e con un‘economia ancora più debole che si alimenta principalmente di droga e fondi stranieri che arrivano come aiuti internazionali (si stimano circa 4500 miliardi di dollari in 16 anni e solo dall’Europa i fondi stanziati nel 2016 sono 200 milioni di euro all’anno fino al 2020 nrd) e si perdono nei rivoli della corruzione istituzionale (l’Afghanistan è al 166 posto su 168 Paesi nell’indice di corruzione percepita). In questo contesto non migliora neppure la condizione delle donne, i cui diritti vengono negati e calpestati quotidianamente.

Oggi, l’entità della discriminazione di genere è pervasiva e il divario di genere è presente in tutti i settori: salute, istruzione, accesso e controllo sulle risorse, opportunità economiche, accesso alla giustizia e rappresentanza politica. La legge del 2009 sull’eliminazione della violenza contro le donne non viene applicata.

Alcune statistiche sono scioccanti: i matrimoni forzati sono l’80% di tutti i matrimoni, (di cui circa la metà sotto i 16 anni); l’82% dei casi di violenza fisica, psicologica e sessuale avviene all’interno della famiglia, il 9% nella comunità e l’1,7% è per mano di autorità statali; nella maggior parte dei casi di stupro è la donna che viene incolpata; l’analfabetismo tra le donne è l’88%, uno dei più alti del mondo; ci sono 25.000 morti materne ogni anno; la maggior parte dei detenuti sono donne, in gran parte in prigione per “crimini morali” che non hanno alcun fondamento giuridico, ma sono il risultato di un’interpretazione radicale della Shari’a.

Un esempio su tutti è il brutale omicidio di Farkhunda, linciaggio pubblico compiuto in pieno centro a Kabul e che, pur non essendo purtroppo un’eccezione (tutti i giorni, in tutte le famiglie, una donna viene uccisa e una bambina venduta e stuprata) ha assunto la funzione di un avvertimento al governo e all’opinione pubblica: è infatti rappresentativo del pensiero politico di molte delle fazioni dei signori della guerra, che si autodefiniscono “jihadisti” e con questo esemplificano il proprio programma politico, che non ha altre applicazioni che la Shari’a, anch’essa sintetizzata come resa in schiavitù delle donne.

Questi leader sono i parlamentari che hanno tentato più e più volte di cancellare ogni menzione di parità di genere dalla leggi afgane e sono stati fermati solamente dal fatto che gli aiuti internazionali costituiscono metà del Pil. La buona notizia è che la società civile in questo sciagurato quadro sta crescendo, insieme al coraggio di rischiare, come dimostrato dalle manifestazioni per chiedere giustizia per Farkhunda; ma le condizioni di assenza di sicurezza limitano la mobilità e quindi la possibilità di coordinamento e di costruire strategie comuni.

COSPE lavora in Afghanistan da ormai molti anni grazie a dei partner di quella società civile affidabili e forti perché molto radicati: prima di tutto Opawc (Organization for the Promotion of Afghan Women Capabilities) e Hawca (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan) assieme ad altri aggiunti nel corso del tempo.

La nostra prospettiva di intervento è sempre andata fin dagli esordi nella direzione dei diritti delle donne e ci siamo sempre occupati di sostenere Centri donne, case protette a Kabul e a Herat, di sostenere le avvocate e le psicologhe che seguono le donne che subiscono violenza e che si attivano per sé e le altre.

Da qualche anno lavoriamo con i difensori e le difensore dei diritti umani in 34 province del Paese attraverso una campagna di advocacy che chiede al governo afgano e alla comunità internazionale di rimuovere gli ostacoli principali alla realizzazione dell’uguaglianza di genere: accesso all’educazione, miglioramento della partecipazione politica con la reintroduzione della quota rosa, per la percentuale del 25% dei seggi in Parlamento e nei distretti.

Approfondisci le informazioni sul nostro sito www.cospe.org e sostieni i nostri progetti in Afghanistan.

 

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