Angola: dopo la guerra arrivano le contraddizioni sociali

Forte la inequità nella distribuzione di ricchezza tra campagna e città, tra uomini e donne

“Al mio arrivo ho trovato una terra prostrata dalla guerra. I tetti delle case erano ancora ricoperti di filo spinato e non si poteva girare in auto se non con i finestrini chiusi. (…) Ora stiamo lavorando a riorganizzare l’attività agricola” questo raccontava la nostra cooperante Angela Bardelli nel 2007 quando cominciò a lavorare per COSPE nella provincia di Namibe con un programma agricolo e di riforestazione che sta ancora andando avanti in quella zona.

Dopo dieci anni le cose sono cambiate, ma l’Angola è un Paese che sconta ancora, e sconterà a lungo, un passato di conflitti (la guerra civile è durata quasi 30 anni: 1975-2002 ndr) che ha lasciato disoccupazione, povertà e mine sparse sul suo vasto territorio. Pur essendo un Paese molto ricco, soprattutto di petrolio e diamanti, gran parte della popolazione, circa il 60%, vive ancora sotto la soglia di povertà, l’aspettativa di vita è di 42 anni, la mortalità infantile del 15% e l’indice di sviluppo umano lo lascia al 148esimo posto.

Le contraddizioni esplodono se confrontiamo poi la situazione della capitale, Luanda, la città più cara del mondo, e le zone rurali dove le persone vivono ancora con meno di 2 dollari al giorno. Allontanandosi dalla città aumentano anche le diseguaglianze e le discriminazioni nei confronti delle donne: vittime di violenze domestiche, ignare dei propri diritti, poco alfabetizzate e vittime di quello che definiamo “land grabbing sociale e culturale”: quello legato all’eredità della terra.

Il Codice Civile angolano garantisce, sulla carta, gli stessi diritti sulle proprietà ai coniugi e ai/alle figli/e, in pratica, però, le figlie non possono ereditare la terra o ne erediteranno una somma inferiore rispetto ai figli. Le figlie che non ricevono la terra attraverso l’eredità, o le mogli che non la ricevono alla morte del marito, hanno il diritto di contestare la decisione, ma questo risulta difficile per vari fattori: molte donne non sono consapevoli dei loro diritti a proposito delle proprietà familiari, non conoscono il sistema giuridico e quindi non hanno nessuna nozione su come poter procedere per effettuare una richiesta, spesso non hanno le risorse finanziarie per fare ricorso e, infine, risulta decisamente improbabile ottenere un esito positivo in conseguenza al ricorso presentato.

Questa situazione è doppiamente paradossale perché in Angola le donne rappresentano il 50% della popolazione e qui, come in quasi tutta l’Africa, rappresentano il motore dell’economia familiare contadina: sono loro a mandare avanti le coltivazioni, a occuparsi della preparazione del cibo e dell’educazione, anche alimentare, dei figli e di conseguenza della loro salute e sono loro ad essere ancora le custodi dei saperi tradizionali e a trasmetterli.

Per questo, dopo aver lavorato prima per il reinserimento lavorativo dei rifugiati angolani rientrati dopo il primo trattato di pace (1992), poi con i contadini delle zone rurali per garantire la sovranità alimentare e favorire attività agricole alternative alla deforestazione, abbiamo iniziato a lavorare molto presto anche con le persone più vulnerabili nelle comunità rurali (donne e bambini), attraverso la formazione degli insegnanti, l’alfabetizzazione delle donne, la loro partecipazione nella vita pubblica e politica la sensibilizzazione sui diritti delle donne e dei bambini all’interno dei villaggi, nelle scuole e nelle università e attraverso programmi settimanali sulla radio locale. È degli ultimi anni però un intervento legato in particolare alla partecipazione diretta delle donne per far emergere i diritti che vengono disattesi, dall’accesso ai servizi alla proprietà terriera.

La violazione dei diritti di base è un particolare genere di violenza che se ne porta dietro molti altri, perché genera e perpetua meccanismi di dipendenza delle donne e dei loro figli con le famiglie di appartenenza o di quelle dei mariti, all’interno delle quali rappresentano forza lavoro senza alcun diritto. Eppure le donne, come leggiamo dalle cronache nazionali, sono sempre state in prima linea a partire dal giorno dell’indipendenza.

Nonostante tutto: indici di violenza altissimi e scarsa incisività delle donne al potere: “L’Angola – ha dichiarato Suzana Sousa giovane scrittrice e artista indipendente in un’intervista durante l’Expo di Milano – è una società fortemente paternalista, dove non vi è pluralismo politico. Si tratta di una società dominata dal silenzio e dalla paura, e la posizione sociale delle donne è una questione politica che condiziona profondamente la struttura familiare”.

Eppure le donne al potere non mancano: l’Angola è infatti tra i dieci Paesi africani con più donne ai posti di comando e di vertice e dove il 36,7 % dei posti in Parlamento è occupato dalle donne, ma, evidentemente, non contano. Chi conta invece è la figlia del presidente Isabel Dos Santos, tra le prime otto donne più ricche del mondo e controversa icona femminista nazionale. Ma questa è un’altra storia.

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