Afghanistan: la lunga guerra delle donne

SOTTO UN CIELO DI STOFFA. Avvocate a Kabul (2017, Città del sole Edizioni) – Una pubblicazione a cui l’autrice ha lavorato nel corso di alcuni anni fatti di viaggi, incontri e interviste. Quello che viene fuori è una raccolta di storie e di voci di donne forti che ci portano dentro la loro vita quotidiana, facendoci partecipare alle loro sfide, al loro coraggio, tenace, generoso e leggero. Racconta, in particolare, la guerra quotidiana delle avvocate. Il filo conduttore della prima parte, infatti, è il difficile cammino di un’avvocata che lavora al Centro donne dell’associazione Hawca (sostenuto dal progetto COSPE, Vite preziose) e della sua cliente, tra mille ostacoli, per salvare la sua vita. In questa storia se ne inseriscono tante altre, storie di tragedie e di riscatti, di dolore e di libertà. La seconda parte del libro racconta l’Afghanistan di oggi, la vita dei suoi abitanti, sempre più fragile e minacciata, la situazione politica disastrosa, la guerra in corso, attraverso interviste, documenti e incontri.

CRISTIANA CELLA – Giornalista, scrittrice, sceneggiatrice. Dal 2009 è membro del Cisda. Si occupa di progetti umanitari nel Paese, ha collaborato con “L’Unità”, “Il Sole 24 ore” e altre testate on line.

La guerra delle donne afgane dura da 40 anni. Nel luglio 1980, quando arrivai per la prima volta in Afghanistan, le montagne erano già popolate di combattenti. I feroci governi comunisti degli anni precedenti e la recente invasione russa avevano prodotto una dura reazione di resistenza. A Kabul, la società civile era integra e combattiva e si opponeva con tutte le sue forze all’invasione russa. Le donne ne erano parte integrante, occupavano posti di responsabilità, lavoravano, studiavano, non portavano il velo, tranne rare eccezioni, si battevano per le loro idee di libertà, di laicità, di democrazia e per i loro diritti. Furono proprio le donne, in quel primo anno di occupazione, a essere protagoniste delle manifestazioni contro i russi a Kabul.

Organizzavano scioperi e disobbedienza civile. Giovanissime studentesse dei licei, universitarie, professioniste e donne di tutte le età e classi sociali, scendevano in strada per contrastare il primo passo della lunga tragedia che ancora non è finita. Nell’apparente e blindata normalità della capitale, a cui i russi tenevano molto, la resistenza afgana si muoveva clandestinamente, organizzando attentati e sabotaggi: una rete fatta di intellettuali, studenti dei movimenti di sinistra, partiti islamici moderati, democratici di ogni classe sociale, commercianti nei cui negozi si riunivano piccoli gruppi.

Le donne erano parte della dirigenza, si occupavano principalmente di fornire informazioni. Molti combattenti andarono in montagna, coinvolgendo la popolazione rurale nella guerra contro i russi. Molti di loro furono in gran parte uccisi dai gruppi fondamentalisti, che li temevano più dell’Armata Rossa, dai russi e dall’esercito afgano.

Chi si è salvato ha continuato a combattere con armi e strategie diverse e a crescere i propri figli con le loro idee di libertà e di democrazia. Sono queste le persone che, ancora oggi, si battono per la giustizia e la democrazia, per i diritti delle donne, la cui vita è stata devastata da quasi 30 anni di fondamentalismo islamico al potere. Sono tornata in Afghanistan nel 2010, e negli anni successivi, con la mia associazione, il Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), l’ultima volta nel marzo di quest’anno. Un Paese sull’orlo del collasso, che fatica a risollevarsi dalle ferite, perché sempre se ne aggiungono di nuove. Dove la precarietà della vita è palpabile.

Ma che continua a sperare e a lottare. Quello che resta oggi di quella società civile è costretto a proteggersi e a nascondersi. Il fondamentalismo ha governato il Paese dal ’92, con la violenza, la corruzione, la sopraffazione, e ha colonizzato la mente degli uomini rendendo normali i più feroci abusi contro le donne, annientate nella loro dignità. La violenza contro di loro cresce ogni anno, ogni mese, ogni giorno, con sistematica regolarità nella sempre più diffusa indifferenza, nella totale impunità.

Le donne muoiono sotto i bombardamenti Nato, nelle battaglie di terra, nei villaggi, nelle loro faccende quotidiane, sono brutalizzate e uccise nelle loro stesse famiglie, nella società, nell’esercizio del loro lavoro, punite ferocemente dalla Shari’a e dalle barbare leggi dei fondamentalisti, private della scelta, vendute. Non hanno ormai più accesso a nessuno dei diritti umani fondamentali, non hanno diritto alla vita stessa.

Ma quello che mi ha più colpito e commosso, sempre, negli incontri con le donne afgane, al di là della tragedia quotidiana, è la loro grande forza di reagire e trasformare. Quella delle donne che rifiutano di soccombere alla violenza e cercano di riafferrare la propria vita negata, e quella delle donne che combattono al loro fianco e per i diritti di tutte, con gravi rischi personali.

Sono le donne di Rawa, di Hawca, di Opawc, del partito Hambastagi o di Saajs. Persone coraggiose e tenaci, politiche, combattenti clandestine, medici, insegnanti, giornaliste, assistenti sociali, avvocate, che affrontano i loro immensi compiti con la semplicità di cose di tutti i giorni.

Sanno bene che la speranza di vedere un giorno il loro Paese libero e giusto passa attraverso un cambiamento drastico della condizione delle donne. Una rivoluzione che le veda protagoniste del riscatto di un popolo intero. Di queste donne parla il libro che ho scritto. La resistenza, adesso, in Afghanistan, è nelle loro mani. Il nostro compito, quello di sostenerla e di non lasciarle sole.

di Cristiana Cella

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