Fumettista di origini tunisine: sotto il velo e sulla carta ci sono sempre io!

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Fumettista e divulgatrice, Takoua Ben Mohammed a 26 anni è già una piccola star: interviste sui giornali, in televisione, inviti ovunque e premi per i suoi libri. Ai suoi incontri nelle scuole e con i giovani sono moltissime le persone che la seguono e che adorano il suo modo di disegnare e di raccontare in maniera ironica e leggera quello che normalmente si definisce “processo di inclusione” o cose più difficili ancora. Takoua racconta spesso se stessa, ragazza di seconda generazione che ha “scoperto” solo a scuola di essere “immigrata” e che pur essendo, per buona metà italiana, non ha ancora la cittadinanza. Takoua indossa il velo e la sua appartenenza islamica è il suo biglietto da visita al mondo. Prendere o lasciare. Molti ancora sono disorientati. E lei ci ride su.

Quando nasce la tua passione per il fumetto?

L’ho avuta sin da bambina. Fin da piccola disegnavo sempre ovunque: sui fogli, sulla sabbia, sulle palme e sui muri di casa. Finché non siamo arrivati in Italia. Avevo 8 anni e, iniziando la scuola dalla terza elementare e non sapendo l’italiano, per comunicare con le maestre e i compagni facevo dei disegnini, loro mi capivano benissimo.

La mia infanzia in Tunisia, nonostante la vita che facevamo tra le persecuzioni da parte della dittatura di Ben Alì, con il papà esiliato, lo zio carcerato e torturato fino alla morte, è stata serena. Mamma, che ha cresciuto da sola sei figli, con il suo coraggio, non ha mollato, ha lavorato e si è impegnata molto per farci studiare tutti quanti. E soprattutto non mi ha mai negato il blocco da disegno e i colori.

La vostra famiglia è stata costretta a emigrare per motivi politici…

Sì, inizialmente è partito papà, perché non poteva più vivere in Tunisia a causa delle continue persecuzioni del regime. Poi dopo qualche anno, nel 1999, lo abbiamo raggiunto e non siamo più tornati fino al 2011. In Italia ci troviamo bene, abbiamo acquisito una cultura così ricca, una doppia identità, doppia appartenenza culturale.

Ma qual è oggi il tuo rapporto con il tuo Paese di origine?

Il mio rapporto con la Tunisia è un rapporto stretto tanto quanto quello con l’Italia. Quando sono tornata, dopo la fuga di Ben Ali avevo paura ma poi quando siamo arrivati a Douz, la nostra città, ho trovato un sacco di persone ad accoglierci.

Questo ha rafforzato un legame che prima si era quasi spezzato. Per questo ci tengo a parlare di primavere arabe in modo personale, e raccontare la mia storia insieme alle storie di persone. Perché viste dall’Italia sembrano così lontane, quando invece Tunisia e Italia sono vicinissime.

Quando hai cominciato il tuo “attivismo a fumetti”?

C’è stato un evento, lo ricordo bene anche se ero piccola, e cioè come cambiò l’atteggiamento dopo l’11 settembre nei confronti delle mie due sorelle grandi che indossavano il velo. Prima vivevano una vita tranquilla, dopo la gente le insultava e non capivo perché…Quando chiedevo, ricevevo risposte molto vaghe. Quindi ho deciso di provare ad uscire con il velo e vedere cosa sarebbe successo.

Ricordo bene che un bambino della mia stessa età mi ha urlato contro “talebana, terrorista”. È lì che ho iniziato il mio attivismo vero contro la discriminazione e il razzismo. A 14 ho messo su il progetto del “fumetto intercultura”: scrivevo storie di ragazze con il velo, di bambini vittime delle guerre nel mondo, di razzismo quotidiano di ogni genere. Il fumetto è semplice e comprensibile a tutti, grandi e piccoli, istruiti e poco istruiti, le persone leggono molto più volentieri un fumetto che un articolo di giornale.

Come vivi oggi lo “sguardo dell’altro” ?

Sia personalmente che nelle storie che racconto uso molto l’ironia. Penso che in certe situazioni non dobbiamo metterci sulla difensiva, si creerebbero solo muri ancora più alti. Uso molto anche l’autoironia per alcune tematiche per esempio quando racconto gli “scleri quotidiani” di una giovane musulmana a Roma.

Non essere ancora cittadina italiana, dopo 18 anni, quali effetti ha avuto sulla tua vita?

Mi ha limitata molto sul lavoro: per esempio non sono potuta andare in Irlanda perché avere il visto era complicatissimo e non ho potuto fare un paio di master che mi sarebbero piaciuti perché richiedevano la cittadinanza italiana. O, ancora, sono giornalista ma non sono riconosciuta dall’ordine dei giornalisti.

ilfumettointercultura.wordpress.com

 

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