Siamo noi gli ultimi scarti dell’Europa

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Credevano di aver trovato una nuova patria, ma hanno perso lavoro e permesso di soggiorno. Sono gli ‘ospiti’ dei Cie di Bruxelles, in attesa di rimpatrio forzato.

Ormai basta poco per accorgersi che l’amato vecchio si è trasformato in una fortezza ostile, capace di impedire la scelta della nazione in cui vivere, incarcerare e rispedire al mittente gli sprovvisti di permesso con i Centri di identificazione ed espulsione. Accade anche  a Bruxelles, ricca capitale dell’Unione  Europea  e  città che ospita due Cie poco distanti dall’aeroporto internazionale di Zaventem. Due imponenti costruzioni in cui quotidianamente si alternano le vite dei tanti sprovvisti di un regolare documento di soggiorno. Samira è una di queste storie. Una donna marocchina di 38 anni testimone dell’assassinio del fratello e sposata a un uomo violento, scappata dal suo Paese dopo aver chiesto il divorzio e aver perso l’affidamento dell’unico figlio nato da quel matrimonio. Dopo sette anni vissuti a Bruxelles e sei mesi passati fra i due centri, Samira   è stata caricata di forza su un aereo perché non più provvista di documenti in regola e incinta di un  uomo arrestato  per  spaccio  di  droga.  Mokhtar  è  un’altra  di queste storie. Un ragazzo del Mali arrivato a Louvain per raggiungere la compagna belga, rimasta incinta   di suo figlio e successivamente divenuta sua moglie. Cinque anni di documenti in regola, poi la separazione e la perdita del permesso di soggiorno. Dopo un paio di mesi di permanenza fra diversi Cie del Belgio, Mokhtar ha richiesto l’espulsione e il rimpatrio in Mali, oramai estenuato dall’attesa e stanco di vivere in una prigione senza aver commesso nessun crimine. Anche Sohaib   è una di queste storie. Un giovane pakistano arrivato in Belgio nel 2007, provvisto di un regolare  contratto e permesso di soggiorno, fino a quando il suo datore  di lavoro gli ha richiesto di pagarsi autonomamente i 750 Euro di tasse a carico dell’imprenditore. Una cifra che Sohaib non avrebbe potuto sostenere e che lo ha portato  a  cambiare  impresa  e  lavorare  in  nero  con la promessa di un imminente contratto regolare. Un accordo non siglato in tempo, che gli è costato quattro mesi di detenzione fra differenti Cie del Belgio e il rimpatrio in Pakistan.

di Erika Farris

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