Quell’attesa senza fine dei rifugiati

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Intrappolati da burocrati e corruzione, molti tentano la fuga in Europa.

Ali Mohammed viene dal Sudan. Ma in Sudan non ha  più niente e nessuno. Ha lasciato la sua terra e la sua casa 40 anni fa per andare a cercare lavoro in Libia. E lì è rimasto fino alla guerra civile del 2011 che lo ha costretto a lascia- re tutto e scappare in Egitto. Ali, detto Abu Leid (padre di Leid), frequenta il Centro comunitario gestito da Tadamon nel quartiere di Ard Allawa, periferia del Cairo dove risiedono circa 4000 tra rifugiati e richiedenti asilo. Ha sessantanni, una moglie e due figli. Ha passato gli ultimi anni della sua vita nel campo rifugiati di Salum ai confini con la Libia e gli ultimi sei mesi nel carcere di Al Qadar vi- cino a Marsa Matrou. “Un giorno sono venuti a prelevarci con una camionetta e ci hanno portato in una stazione di polizia, da lì, senza una spiegazione, in carcere”. Ali quasi non riesce a raccontare la sua storia. La voce è bassa, si tor- menta le mani e, a tratti, piange. Si capisce che i sei mesi   di carcere lo hanno segnato: “Ho vissuto tutti i giorni sotto pressione, senza sapere che fine avessero fatto mia moglie e mia figlia e dovendo vegliare notte e giorno su mio figlio perché sapevo che sarebbe stato facile vittima di abusi”. A giugno di quest’anno finalmente lo hanno scarcerato ma con l’obbligo di tornare in Sudan. Un Paese ormai sconosciuto ad Ali: ”La mia terra, il Darfur, è stata distrutta, non ho più nessuno lì”. Alla frontiera le autorità sudanesi erano molto sospettose per il fatto che provenisse dalla Libia: “Temevano che facessi parte di qualche milizia”. Dopo essere entrato comunque si è accorto di non poter rimanere: “Non riuscivo a trovare lavoro e inoltre i   parenti rimasti erano in mezzo a una faida tra famiglie rivali che minacciava anche me”. Non può rimanere e non può partire. Alla fine decide però di tornare in Egitto e, dopo  un altro viaggio terribile, arriva al Cairo. Dove non ha mai vissuto e dove non conosce nessuno. È al centro comuni- tario che cerca di capire cosa fare. Ma appare un uomo molto stanco, molto provato, più vecchio  della  sua  età.  Gli operatori cercano di fargli ottenere i permessi tramite l’Unhcr, da cui aveva avuto giù una registrazione ma che ora pare sia sparita. Ancora una terra di nessuno. E quella di Ali è solo una delle tante storie di rifugiati e richiedenti asilo che arrivano in Egitto, 185 mila quest’anno secondo   i dati ufficiali dell’Unhcr, un numero che si va ad aggiun- gere ai circa 300 mila che ormai vivono qui stabilmente.

“Nonostante il nostro sia un Paese di transizione – ci racconta Taha Sharaf, giovane avvocato  di  Tadamon – molti rifugiati  sono  costretti  dalla  burocrazia e dalla mancanza di informazioni e di servizi, a stare qui anche per 10 o 20 anni. Entrano dai confini, a piedi, sui camion, e poi si fermano qui in attesa di par- tire per l’Europa.” L’attesa appunto può durare a lungo e nel frattempo molti percorrono la via crucis del riconoscimento del proprio status come rifugiato. Nel frattempo chi sta qui non può ufficialmente lavorare né avere un sussidio dal governo o altri mezzi di sussistenza: “Sono le diverse organizzazioni a dare eventualmente una sorta di assistenza economica. Poi molti si arrangiano con il lavoro in nero. In particolare le donne: fanno le pulizie o le cuoche in casa di egiziani e sono quelle che rischiano di più, soggette a stupri e violenze conti- nue”. La condizione delle donne e dei bambini in questo limbo è, se possibile, anche molto peggiore di quella degli uomini. Se una donna senza marito rima- ne incinta è molto probabile che non iscriverà all’anagrafe il figlio (il 90% dice Taha ndr). E i bambini entrano così in una condizione di invisibilità che facilita e alimenta il traffico di minori. Si calcola che ogni anno migliaia di bambini vengano rapiti e spariscano senza lasciare traccia. Un dato inquietante riguarda anche l’Italia: nel 2014 la Oecd (Organization for Economic Cooperation and De- velopment) dice che su 2047 minori arrivati dall’Egitto e registrati in Italia, ben 1181 sono spariti. Questa invisibilità diffusa tra i migranti è ciò che permette alla criminalità organizzata di insidiarsi e proliferare. Ma perché in Egitto non si riesce ad arginare il fenomeno dell’illegalità, l’attesa dei tempi burocratici? “Il Governo non fa niente, nonostante un accordo con Unhcr, la questione non è affrontata e anzi sono associazioni come le nostre, con le nostre unità legali, a cercare di far valere i diritti dei migranti nelle corti e i tribunali. Normalmente è proprio la polizia ad attaccare gli stranieri, li arresta senza motivo, li picchia, li accusa di essere scafisti. C’è anche molto razzismo nei loro confronti e ci troviamo ogni giorno a combattere per far uscire le persone di galera, per chie- dere risarcimenti in caso di soprusi”. Oltre a tutte le difficoltà del caso infatti i migranti, che qui sono storicamente sudanesi, somali, eritrei ed etiopi (quella siriana è una nuova immigrazione che nel 2015 ha visto il numero più alto di arrivi: 128 mila ndr) subiscono continuamente episodi di razzismo e di violenza da parte degli egiziani. “Molti esasperati da queste condizioni – conclude Taha – si convincono che la cosa migliore sia tentare il mare. Quest’anno circa 3000 sono stati arrestati mentre tentavano di partire dall’Egitto. Tra di loro il  30% aveva avuto un riconoscimento legale dall’Unhcr. Noi cerchiamo di mettere in guardia chi viene ai nostri centri sulla pericolosità della fuga via mare e anche dei rischi legati allo stato di illegalità in cui entrano. Ma per molti non sembra esserci altra scelta”.

di Pamela Cioni

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L’associazione  Tadamond

AL SERVIZIO DEI “SENZA PATRIA”

Tadamon è un‘associazione che esiste dal 2006 e che nasce per assistere i rifugiati in Egitto. Attualmente gestisce sette centri comunitari (sei al Cairo e uno ad Alessandria) dove vengono garantiti alcuni servizi come: corsi di alfabetizzazione, di arabo, di computer e di inglese. Ma sono soprattutto spazi di socializzazione dove si fa teatro, musica o si gioca a calcio e si guardano film. “Sono le comunità del quartiere – dice Fatima Idriss direttore di Tadamon – a fare i programmi dei centri, secondo le loro necessità”. I Centri sono in rete con molte delle associazioni che lavorano in Egitto: la Croce Rossa, Medici senza frontiere, la Caritas etc…”. Tadamon si occupa principalmente di assistenza legale – continua Fatima – riuscendo a seguire circa 500 casi l’anno a fronte di 200 telefonate settimanali. Lavora in stretto contatto con l’Unhcr e il governo egiziano, a cui fornisce dati e mappature sui bisogni dei rifugiati e dei richiedenti asilo”.