Non dimenticate gli attivisti siriani

“Citizens for Syria” è un sito che mappa la società civile attiva nel Paese.

Per comprendere l’escalation di violenza che sta attraversando l’Europa e il resto del mondo e la posizione delle potenze mondiali nello scacchiere politico internazionale è necessario guardare alla Siria, considerata “madre” del sedicente Isis. Proprio su Raqqa, ritenuta la capitale siriana dello Stato Islamico,  il  governo  francese ha ordinato numerosi raid aerei, ribadendo in maniera concreta ciò che lo scorso 14 novembre il Presidente Hollande aveva annunciato: la Francia è in   guerra.
Ci aiuta a far chiarezza Hozan Ibrahim,  attivista  siriano che per aver preso parte alla rivoluzione del 2011 contro   il regime di Bashar Al-Assad ha dovuto lasciare il  Paese.
Negli ultimi tre anni, ci racconta  Ibrahim,  gli  scontri  tra l’Esercito Siriano Libero e le truppe del governo si sono intensificati e ad essi si sono aggiunti gli interventi militari stranieri, primo tra tutti quello russo.
Come  denuncia  l’attivista,  è  proprio  la  Russia,  legata    a doppio filo con il regime siriano, la responsabile di migliaia  di  morti  civili  durante  i  loro  attacchi   aerei.  E il governo di Bashar Al-Assad, solo nel 2015,  ha  ucciso otto volte di più dello Stato Islamico e mai ha attaccato direttamente le postazioni dell’Isis. “Cosa vuol dire? Che    il regime è il primo responsabile dell’ascesa di Daesh in Siria e che da esso dipende il suo stesso potere, quello che l’Esercito Siriano Libero tenta ormai da 4 anni di strappare per iniziare un processo di democratizzazione del Paese”. Hozan Ibrahim ha 32 anni e da 4 vive a Berlino. Dopo essere stato il portavoce dei “Local Coordination Committees” nelle proteste del 2011 in Siria è stato incarcerato dal regime due volte. Aveva già in mente di raggiungere la Germania per motivi di studio e quando la situazione nel suo Paese è diventata insostenibile, Berlino è stata la sua scelta. “Sono stato costretto a viaggiare in clandestinità- racconta- attraversando l’Europa, perché il governo siriano mi ha negato il passaporto.” Dalla capitale tedesca ha potuto lavorare al suo progetto “Citizens  for  Syria”:  una piattaforma  online  dove  sono  state  mappate  tutte le figure della società civile siriana che stanno lavorando sul territorio, permettendo all’opinione pubblica internazionale di monitorare cosa stanno facendo gli attivisti  e  le  Ong  nei  relativi  luoghi  d’azione.  “Un  passo – spiega – per abbattere quel muro di indifferenza che separa l’Occidente dalla società civile  siriana”.

“Earth, is anybody out there?” è la frase che campeggia sulla homepage di “Planet Syria”, un’altra  piattaforma nata per sensibilizzare l’opinione pubblica. “Spesso ci sentiamo trattati come se vivessimo su un altro pianeta”   si legge. Perché quello che Hozan e il suo popolo chiedono è comprendere innanzitutto la loro umanità per poter lottare  “empaticamente”  al  loro fianco.

di Giulia Torlone

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