La Libia e i migranti dopo la guerra: da risorse umane a mezzo di ricatto

Sahara desert, Libya/Egypt border, May 2014 - Eritrean refugees crossing the desert after being rescued by a local militia after 3 days of trip without water. ----- Before boarding towards Europe, illegal migrants escaping from East Africa have to undertake the arduous crossing of the Sahara Desert, often facing torture, violence and unjust inprisonment. >< Deserto del Sahara, confine tra Egitto e Libia, maggio 2014 - Profughi eritrei in viaggio attraverso il deserto dopo essere stati salvati da una brigata locale. Hanno camminato per tre giorni senza bere acqua. ----- Prima di imbarcarsi verso l'Europa, i migranti clandestini scappati dall'Africa Orientale devono attraversare il Deserto del Sahara, affrontando spesso torture, violenza e ingiusti imprigionamenti.

Un tempo il Paese attirava manodopera. Oggi è uno hub del traffico d’uomini. Dagli anni ‘50 Tripoli richiamava con politiche e leggi all’avanguardia ingegneri e insegnanti stranieri. La guerra civile ha trasformato il Paese in una stazione di sfruttamento dei clandestini e oggi gli stessi libici rischiano di trasformarsi in rifugiati.

La questione immigrati in Libia è squisitamente politica. Il regime dittatoria- le l’ha utilizzata per ricattare l’Europa e l’Italia in particolare al fine di avere in cambio delle partite politiche. Adesso sono le milizie islamiste che spadro- neggiano a Tripoli a seguire le stesse orme del defunto “qaid”. Lo scorso mese di novembre, il portavoce del decaduto Congresso, il cosiddetto Parlamento di Tripoli, Jamal Zubia, ha minacciato l’Europa – testuali parole riportate dal Telegraph di Londra – di “Uno tsunami di migranti, se Bruxelles non avesse riconosciuto il governo di  Tripoli”.

La Libia è stata un Paese che ha avuto, dai tempi dell’indipendenza nei primi anni cinquanta, un estremo bisogno di lavoratori stranieri per coprire inca- richi e mansioni che il personale e la manodopera locale non garantivano. Nella prima fase sono arrivati nel Paese insegnanti e quadri tecnici di alto livello. Poi, dopo la scoperta del petrolio e la diffusa scolarizzazione, anche lavoratori del settore dell’artigianato, dei servizi, dell’edilizia e infine anche dell’agricoltura. Se negli anni cinquanta gli stranieri regolarmente occupati in Libia erano dell’1,3% rispetto al totale della popolazione, negli anni set- tanta, rappresentavano già il 17,2% degli abitanti del Paese. A questi vanno aggiunti, però, i lavoratori non regolari presenti nel Paese senza contratti di lavoro registrati. Le leggi sul lavoro e il soggiorno degli stranieri in Libia risal- gono ai tempi della monarchia ed erano considerate molto avanzate, perché garantivano assistenza previdenziale e assistenza sociale uguale ai cittadini libici e permettevano a lavoratori e impiegati di trasferire nel Paese d’origine l’80% dello stipendio o salario contrattuale.

Alla fine degli anni settanta, il governo libico ha liberalizzato gli ingressi per i cittadini dei paesi della Lega Araba, che potevano entrare in Libia, anche per svolgere attività lavorative e di affari, senza il bisogno di un visto d’ingresso, ma con l’obbligo di registrarsi nelle Questure. Lo stesso provvedimento è stato preso, a metà degli anni novanta, per i cittadini dei paesi africani. Con le tiepide “liberalizzazioni” dei primi anni del terzo millennio, in seguito all’apertura del regime ai paesi Occidentali con la firma dell’accordo per gli indennizzi  alle  vittime  di  Lockerbie  ed  in  seguito  alla  guerra  in  Iraq  e la caduta del regime dittatoriale di Saddam Hussein, le misure burocratiche restrittive sono state  attenuate,  ma  non  cancellate  del  tutto.  Soltanto  con la caduta del regime, nel 2011, sono caduti di fatto e definitivamente i visti per l’espatrio e viaggiare all’estero per i cittadini libici è diventato libero, condizionato soltanto all’ottenimento di un visto dal Paese estero da visitare. Con alcuni paesi, come Egitto, Tunisia e Turchia vige, per i cittadini libici, la possibilità di concessione del visto alla frontiera. Il fallimento della fase transitoria, seguita alla rivolta dei giovani libici contro la dittatura, la nascita delle centinaia di milizie contrapposte e il tradimento delle promesse demo- cratiche da parte delle formazioni politico-militari islamiste, che hanno di fatto compiuto un colpo di Stato strisciante contro il risultato delle elezioni del giugno 2014, hanno creato una situazione ingestibile di doppio potere e insostenibile per la  popolazione.

La Libia non ha mai ratificato il trattato internaziona-   le sul diritto d’asilo e gli accordi della Libia con l’Italia e con l’Ue per il finanziamento della costruzione di centri di accoglienza, veri e propri lager in mezzo al deserto, hanno peggiorato le condizioni di vita dei migranti senza documenti d’ingresso. Il primo governo libico eletto, nel 2012, ha intrapreso alcuni passi positivi con l’apertura di un ufficio dell’Onu per la valutazione dei richiedenti asilo politico da smistare verso altri paesi di destinazione, ma il dramma dei migranti in Libia rimane immane. Tutti i giorni vengono espulsi dal Paese centinaia di lavoratori con l’accusa di essere clandestini. Alcuni dei quali con regolari visti d’ingresso, dichiarati falsi dalle autorità libiche. Nelle condizioni di instabilità politica della Libia, i primi a paga- re un alto prezzo sono stati i lavoratori stranieri. Centinaia di migliaia di loro hanno perso tutto durante la guerra e  adesso vivono una condizione di incertezza e di insicurezza.

I lavoratori immigrati si sono trovati  nelle  difficili condizioni di dover ricorrere alle bande di contrabbandieri di mano d’opera verso le coste dell’Europa. Il business del traffico di esseri umani ha fatto gola alle milizie che lo hanno utilizzato per il facile arricchimento, creando una catena internazio- nale per la gestione del fenomeno. Una struttura che organizza il reperimento degli aspiranti migranti direttamente nei campi profughi in Sudan e in Turchia. Una macchina multinazionale che lavora a tappe e che non prevede vie d’uscita per le vittime di questo racket. Non solo, ma per alcuni di loro c’è stata una fine drammatica, nelle mani dei criminali jihadisti di Daiesh. Come per il caso della rapina e l’assassinio di 7 lavoratori egiziani, di un medico france- se e di un professore iracheno, tutti di religione cristiana, poi trovati assassinati a sangue freddo da gruppi jihadi-  sti, oppure il caso dei lavoratori eritrei copti assassinati e mostrati in un video del sedicente califfato. A questi atti terroristici si aggiunge l’azione della criminalità comune che ha importato nel Paese l’industria dei sequestri estor- sivi; vittime di questi sequestri sono stati diversi lavoratori italiani, 4 dei quali sono ancora in mano dei sequestratori. La situazione libica è esplosiva, oltre che per il pericolo jihadista, anche perché i circa 2,5 milioni di libici residen- ti all’estero non si sono ancora trasformati in rifugiati; la Banca centrale libica sta pagando tuttora salari e stipendi anche a coloro che non si recano al lavoro presso gli enti statali. Ma una volta esaurita la riserva di valuta straniera, sulle sponde del Mediterraneo nord cominceranno ad arri- vare anche i rifugiati libici. Motivo in più perché l’Europa   e l’Italia non rimangano a guardare come evolverà la situazione  politica libica.

“Il business del traffico di esseri umani ha fatto gola alle milizie che lo hanno utilizzato per il facile arricchimento”.

di Farid Adly

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