Attraversare i Balcani tra speranze e campi minati

Botovo, Croazia. Confine tra Croazia e Ungheria. Ottobre 2015 ©Giuseppe Chiantera/Ulixes Picture

Botovo, Croazia. Confine tra Croazia e Ungheria. Ottobre 2015 ©Giuseppe Chiantera/Ulixes Picture

Dai soprusi della polizia serba ai muri di filo spinato in Ungheria. Migliaia di profughi in cerca di rifugio nella fortezza Europa.

La vita, nonostante tutto. E’ ciò che trasmettono le migliaia di persone che negli ultimi mesi stanno percorrendo a piedi la lunga rotta balcanica che dalla Turchia porta dritta al cuore dell’Europa. In Germania.

Un lungo corridoio umanitario attraverso alcuni degli Stati dell’ex Jugoslavia, molto diversi tra loro. Diversi soprattutto per quanto riguarda il trattamento riservato ai migranti. L’apertura di questo passaggio, infatti, ha consentito un canale “più sicuro” di spostamento, riducendo il tragitto – ma non la pericolosità – dell’attraversamento in mare alla piccola distanza che separa le coste turche da quelle greche. Tuttavia, le migliaia di persone in cammino hanno dovuto fare i conti con altri pericoli. Primo fra tutti, i campi ancora minati, pesante eredità della violenta guerra che ha sconvolto i Balcani oltre vent’anni fa. In questo caso, però, attivisti da tutta Europa, hanno sfruttato la tecnologia e la conoscenza a disposizione per ricostruire una mappatura aggiornata delle zone sminate. E l’hanno messa online, a disposizione dei migranti che, con l’aiuto di volontari sul campo, hanno potuto evitare le rotte insicure. Attraversando queste terre, riaffiora la memoria. Si costeggiano le fitte boscaglie, in passato usate come nascondiglio dai cecchini, oggi delimitate da cartelli che segnalano la presenza di mine anti-uomo.

La nostra macchina scorre nelle campagne, entra nei paesini e nelle città che ancora portano i segni dei proiettili e dei bombardamenti. La Torre di Vukovar svetta alta. Ricorda come la memoria di questo sanguinoso conflitto, della pulizia etnica, sia ancora viva. Presente. Siamo in Croazia. Abbiamo deciso di vedere, testimoniare, quest’incredibile mobilità umana a pochi chilometri da noi. Vogliamo vedere con i nostri occhi il famoso muro di Orban. E’ così che arriviamo a Baranjsko Petrovo Selo, sul confine croato-ungherese. E scopriamo che il muro altro non è che un reticolato alto circa due metri e ricoperto di filo spinato che si perde a vista d’occhio nelle campagne. Per una generazione come la nostra che tra i ricordi dell’infanzia ha ancora nitido l’abbattimento del Muro di Berlino, quel lungo filo spinato rappresenta un grande passo indietro. Da giorni, qui, non si vedono profughi. Eppure, sul lato ungherese, la tenda della Croce Rossa è pronta a eventuali nuovi arrivi. Mentre i militari croati ci invitano a fotografare il confine e rispondono alle nostre domande, i militari ungheresi non fanno nulla per nascondere il fastidio creato dalla nostra presenza. “Non parliamo con i giornalisti. Non potete stare qui. Non potete filmare, non potete registrare, non potete farci domande. Dovete andare via. Questo è l’ordine”.

Percorriamo la strada che ci riporta lungo il Danubio e arriviamo a Bapska, la frontiera informale tra Croazia e Serbia. Questo passaggio è normalmente chiuso. Durante la guerra veniva usato da chi fuggiva. Oggi è stato riaperto. Ancora una volta, usato da chi fugge.

I migranti valicano Bapska a piedi. I loro volti sono stanchi. Raccontano guerre, bombardamenti, orrore. Terrore. A pochi chilometri c’è Opatovac, il campo di transito allestito dall’Esercito e gestito dal Ministero dell’Interno croato. Qui le persone vengono registrate una ad una. Lunghe file composte da famiglie e singoli individui, giovani e anziani. Volti che raccontano una moltitudine di diversità in movimento. Siria, Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka. Addirittura, Somalia. Popoli in marcia verso l’Europa che hanno trovato in questo movimento una via di libertà, una via per tentare almeno di sognare di migliorare la propria condizione. Questi passaggi raccontano il desiderio di libertà di movimento. Una libertà di movimento che costituiva uno dei pilastri dell’Unione Europea e che ora, invece, mostra tutte le sue debolezze. Da Opatovac i migranti vengono trasportati alla stazione ferroviaria di Tovarnik e da lì, in treno, fino a Botovo, ultima stazione al confine con l’Ungheria.

E’ tra Tovarnik e Botovo che inizia il risveglio. Perché se i bambini non hanno mai smesso di giocare e sorridere, neanche durante le procedure di identificazione a Opatovac, è proprio a Botovo che anche gli adulti si spogliano momentaneamente della tristezza. Il tragitto a piedi che va dalla stazione al confine con l’Ungheria è una marcia in festa. La tensione si scioglie. Le lacrime di gioia iniziano a scorrere. Si cammina nel bosco. Ed è come se ad ogni passo aumentasse la consapevolezza di avercela fatta, di essere ancora vivi, di essersi lasciati alle spalle l’orrore della guerra in Siria. Ed è qui che però inizia il racconto dei soprusi subiti in Serbia, anche ad opera delle stesse autorità. Picchiati, derubati, umiliati. Il passaggio in Serbia viene raccontato come l’ennesimo trauma infernale da cui si è riusciti a uscire. Ancora una volta.

Oltre il bosco si apre una radura. L’atmosfera di festa s’interrompe all’improvviso. Un altro reticolato ricoperto di filo spinato che si perde, ancora una volta, nelle campagne. Un altro muro. Ancora una volta, eretto dall’Ungheria.

Mentre scriviamo, la situazione continua a evolversi. E’ in costante trasformazione, impossibile da cristallizzare, come i fenomeni migratori. Nuovi muri vengono eretti per arginare ciò che per la sua stessa forza vitale, è impossibile da arginare. Altro filo spinato viene srotolato lungo i confini interni di un’Europa che si richiude sempre di più su se stessa. Complici, ora, gli attacchi terroristici di Parigi, di cui le conseguenze in termini di libertà non tarderanno ad arrivare nella vita di tutti. In quella di chi fugge da guerre, regimi, fame e povertà. E nella nostra, di cittadini europei.

di Valeria Brigida

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