“Gestiamo un’emergenza senza eguali” – intervista a Carlotta Sami

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Carlotta Sami, portavoce di Unhcr per il Sud Europa, conferma che “a livello mondiale l’86% delle persone che sfuggono ai conflitti si ferma in paesi a basso o medio reddito, ovvero negli stati più vicini ai loro paesi di origine”

 

Si riesce ad avere degli standard di accoglienza minima anche in quei paesi che in quanto a democrazia e sviluppo economico vivono già grossi problemi?

La parte orientale del Mediterraneo, quindi, il Libano, la Giordania, l’Egitto e la Turchia, Paese che attualmente ospita il maggior numero di rifugiati al mondo, si sono trovati a gestire una pressione enorme con lo scoppiare della crisi siriana. Quando il conflitto si è allargato all’Iraq la situazione è diventata ancora più grave. I rifugiati qui si sentono davvero senza speranza e si devono confrontare con problemi quotidiani che sono quasi legati alla mera sopravvivenza. I budget disposizione di Unhcr sono finanziati solo fino al 37%, e questo si ripercuote sulla qualità dell’assistenza rivolta ai rifugiati, in particolar modo per quanto riguarda gli aspetti della nutrizione, dell’educazione e della salute. Questi problemi si ritrovano quindi sulle spalle delle comunità ospitanti e di paesi che non sono propriamente ad alto reddito. In questo senso anche Unhcr punta molto l’attenzione sulla necessità di investire su questi paesi anche con cooperazione allo sviluppo. Lo loro è una sfida inimmaginabile per la stessa Europa: sono le loro stesse fragili strutture di welfare ad essere messe alla prova.

Ma in questi paesi esistono leggi nazionali sull’asilo?

La Tunisia è uno di quei paesi in cui abbiamo lavorato molto per far sì che il Paese potesse sviluppare un sistema di asilo nazionale, al quale effettivamente ora sono arrivati. Quindi ora dovrebbero essere in grado di incrementare un loro servizio di concessione dello status. Nei diversi paesi d’accoglienza tutte le situazioni sono comunque diverse e non omogenee.

E sul fronte della rotta balcanica qual è la situazione?
La rotta balcanica continua ad essere molto utilizzata, purtroppo in assenza di vie legali che permettano ai rifugiati di arrivare in Europa in altro modo. Questo è il punto chiave. Cioè il perdurare dell’assenza di misure legali che siano credibili, che incentivino le persone a percorrere vie legali piuttosto che a pagare i trafficanti di esseri umani.

Come vede il recente accordo tra Unione Europea e Turchia per la gestione dei profughi?

Unhcr ha preso atto di questo accordo e quello che possiamo dire è che ci siamo messi in maniera molto chiara ed esplicita a disposizione delle autorità europee e di quelle turche per contribuire a migliorare i livelli di protezione per i rifugiati nel Paese. Ben vengano quindi questi colloqui e ben venga un investimento per migliorare i livelli di protezione e la qualità della vita dei rifugiati che si trovano in Turchia.

Con gli attentati di Parigi è cambiato qualcosa sul fronte dell’accoglienza dei profughi e del piano di ricollocazione stabilito dall’Unione Europea?

Fin da subito si è fatto percepire alle persone che poteva esserci una commistione tra il flusso migratorio e terrorismo. In realtà questo non è. Come sappiamo questo flusso migratorio è composto da persone che fuggono da quella stessa minaccia che ha colpito Parigi. L’effetto è stato quello di una maggiore attenzione nei processi di identificazione e di registrazione. Gestire non vuol dire però chiudere le frontiere ma proteggere gli stessi rifugiati dagli abusi a cui sono molto esposti sulla rotta balcanica.

 

 

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