Una “casa” comune e un manifesto per il Mare Nostrum: alcune proposte e un bilancio del Sabir Maydan II – di Gianluca Solera

Si è concluso il Forum sociale e con esso i dialoghi sulla Cittadinanza mediterranea che abbiamo tenuto sotto il nome di «Sabir Maydan». Le prime riflessioni che porto a casa sono incoraggianti e scoraggianti al tempo stesso. Incoraggianti perché chi ne ha parlato ha rilevato l’urgenza di aprire un percorso verso l’integrazione nella regione mediterranea, incrociando le forze di diverse organizzazioni, associazioni e iniziative cittadine che lavorano per un Mediterraneo quale spazio di pace, sviluppo giustizia e convivenza. O vi è questo, o in alternativa vi sono la guerra, le diseguaglianze, il degrado ambientale e culturale o la disperazione delle rotte dei migranti.

Scoraggianti perché il fardello è pesante, l’urgenza dei tempi schiacciante, la società civile nella regione ancora disarticolata, preoccupata dalle contraddizioni interne ai propri Paesi, e la visione di una Casa comune troppo più grande delle nostre capacità. Ci troviamo davanti i Golia dello «Scontro tra civiltà», della «Lotta al terrorismo», del «Rientro del deficit», e dobbiamo attraversare le caverne oscure della corruzione politica ed economica, della disaffezione nei confronti delle istituzioni e della geopolitica decisa sopra il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Rashā Shabān, una partecipante egiziana al Sabir Maydan, ha dichiarato: «È più facile riconoscersi in un’identità mediterranea che ambire alla cittadinanza mediterranea». È più facile riscoprire i tratti comuni delle culture che si affacciano sul Mediterraneo che accettare e promuovere diritti di cittadinanza equivalenti tra gli abitanti della regione.
Una cittadinanza transmediterranea è però per molti ormai una necessità: pensiamo a un rifugiato siriano, la cui famiglia è divisa tra Damasco, Beirut e Parigi, ad esempio. Māriā Al-Abdeh, di Citizens for Syria, ce lo ha ricordato: «Ne va della mia identità personale». Tra i diritti più controversi con cui ci confrontiamo vi è quello alla mobilità. Kamāl Lahbīb, portavoce di Alternatives Maroc, ci incoraggia a lanciare una campagna per il diritto a muoversi liberamente tra le due rive, perché questo diritto è preliminare a qualsiasi progetto di costruzione di uno spazio di cooperazione comune. Non può che essere alla base dell’elaborazione di un catalogo della cittadinanza condiviso tra le nazioni della regione.

Gli spunti usciti dalle giornate di SabirMaydan2 sono numerosi, ma tre mi sono particularmente cari rispetto alla ridefinizione del concetto di cittadinanza attorno a una regione che condivide storia, cultura e geografia: il principio di solidarietà, per cui abbiamo il diritto e il dovere di offrire il nostro sostegno a chi è in difficoltà, al di là delle nostre nazionalità e delle nostre lingue; il senso di appartenenza plurale, di possesso di identità multiple e del primato dell’inclusione sull’esclusione nelle relazioni tra comunità e nazioni; e il fatto che tutto è politica, e che se difendiamo l’idea di una cittadinanza transregionale fondata sull’equipollenza dei diritti e sulla condivisione dei doveri, dobbiamo necessariamente aspirare a sviluppare politiche comuni tra le due rive.
A Tunisi, abbiamo ragionato su spazi e strumenti specifici di cui si possano dotare le società civili della regione per acquisire il ruolo di promotore di una nuova consapevolezza cittadina, e di riforma istituzionale verso l’integrazione mediterranea; abbiamo parlato di un istituto per l’attivismo mediterraneo, di un canale radio-televisivo regionale, di un festival che elabori idee e proposte attorno alla cittadinanza mediterranea. Prima di tutto questo, però, abbiamo bisogno di metterci insieme, di creare un gruppo di personalità e organismi che attivi un processo fatto di più tappe e di più cantieri, per affermare la necessità storica di edificare una casa comune in questa regione, che il navigatore Simone Perotti ha chiamato «il Sesto continente». Ed abbiamo bisogno di mettere per iscritto questa nostra visione: potremmo chiamare questo esercizio «Manifesto». Non dico (per ora) una carta costituente, ma un manifesto politico che definisca cosa intendiamo per «cittadinanza mediterranea» e cosa intendiamo per «casa comune», che tracci le linee di un modello mediterraneo, articolato nella sua dimensione sociale ed economica, culturale e politica. E questo manifesto dovrebbe essere il risultato di una consultazione ampia e della partecipazione di numerose personalità ed attivisti che credono in questa impresa, non dunque un testo imposto da capi di stato o autorità varie.
Nella borsa con cui sono partito per Tunisi mi sono portato il manifesto «Per un’Europa libera e unita», redatto a Ventotene durante la seconda Guerra mondiale da un gruppo di intellettuali antifascisti al confino. La chiosa del documento sembra fatta apposta per i tempi in cui viviamo: «Oggi è il momento in cui bisogna saper gettar via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo. La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma dev’essere percorsa, e lo sarà!».

La carta di Ventotene venne redatta quando ancora cadevano le bombe sulle capitali europee. Anche ora viviamo momenti di turbolenza profonda, provocata da conflitti irrisolti, guerre civili e atti di terrore, ritorno di poteri autoritari, indebolimento del sogno europeo, crisi economica, contrazione dei diritti e precarietà, profonda corruzione dei sistemi politici. Perciò, è questo il momento di prospettare una casa comune attorno al Mare Nostrum. La cittadinanza mediterranea è la risposta al commercio dell’odio, all’abitudine alla precarietà e all’atrofia dell’ottimismo.

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