Intervista a Francesco Diasio, segretario generale di Amarc internazionale

Per la seconda volta consecutiva si è tenuto a Tunisi il Forum dei media Indipendenti. Ci eravamo lasciati due anni fa dicendo che l’informazione “è un bene comune”. A che punto siamo arrivati con questo Forum e che cosa è successo in questa due giorni? Lo abbiamo chiesto a Francesco Diasio, segretario generale di Amarc internazionale. 

Per me la questione è un po’ diversa, l’informazione più che un bene comune, è un diritto fondamentale e usa beni comuni, questo è vero soprattutto quando parliamo di informazione audio visiva e accesso allo spettro elettromagnetico, cioè le onde e le frequenze. L’assicurazione dell’accesso a questi ‘beni comuni’ è la garanzia di un diritto. Su questo lavoriamo e da qui ripartiamo con questo Forum, come Amarc e con altri associazioni, e cerchiamo di mettere insieme realtà molto diverse: radio di campus, situazioni più underground, radio di informazione, radio culturali, radio religiose radio cittadine etc…A Tunisi ripartiamo da una Carta che dovrebbe raccogliere queste esperienze e trovare con quali canali lavorare insieme“.

Quali sono state precisamente le attività di Amarc in questo contesto?
Ha lavorato in modo principale su istanze di regolazione, per cui lunedì 23 marzo abbiamo organizzato un’iniziativa che metteva insieme i servizi pubblici in particolare la European Brodcasting Union che li raccogliete tutti e la Copeam, rete mediterranea di dialogo di servizi pubblici e regolatori e il settore associativo. Siamo convinti che sia infatti importante lavorare insieme a istituzioni, media associativi e servizi pubblici tradizionali, questo soprattutto in questo momento in cui c’è un passaggio da media di Stato a media pubblici che non è così scontato…I media comunitari fanno infatti un servizio di interesse pubblico e quando il servizio pubblico non è più in grado di assolvere il proprio compito ci sono loro a parlare di coesione sociale, su diversità culturale, partecipazione, lingue minoritarie. Tutto questo si traduce in in unica parola che è pluralismo e che vuol dire democrazia.

Amarc è anche partner di Mednet che prova a mettere insieme media e società civile?
I media comunitari, in un mondo ideale,  sono sempre fatti dalla società civile. In questo momento in certi Paesi la situazione è molto difficile, in Palestina l’occupazione impedisce un certo sviluppo, in Egitto è quasi impossibile pensarci, la Tunisia invece è un esperimento interessante. Da noi le radio libere sono nate nel ’75 e solo con la Mammì, nel ’92, c’è stato un riconoscimento ufficiale. Ci sono voluti quindi 17 anni… Qui invece è stata fatta una legge sui media e un cahier de charge, che obbliga le radio ad avere un percorso deontologico ben preciso. E’ ancora un sistema fragile ed è difficile fare un bilancio ma in Tunisia il percorso è in atto. Di sicuro non si è una radio comunitaria solo per statuto, lo si è se si coinvolgono le associazioni etc… C’è poi un problema di risorse: spesso media e società civile combattono per avere le stesse risorse invece che cercarne delle nuove. Insomma i problemi sono tanti ma delle finestre ci sono ed è su questo che dobbiamo tentare di lavorare e tracciare delle linee strategiche regionali.