Ecco l’altra faccia dell’operazione “Mare Nostrum”

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La missione di pattugliamento del Canale di Sicilia costa allo stato dieci milioni di euro al mese. Finora ha salvato molte vite, ma ha anche reso più facile il lavoro di chi traffica in esseri umani.

Il volto del Mediterraneo cambia velocemente e, all’interno del suo vasto bacino, cambia il Canale di Sicilia, dove tra le isole italiane e i Paesi africani si è concentrato il più grande numero di morti in mare delle diverse rotte migratorie tra Europa e Africa. Ed ottobre 2013 ne è stato il culmine. Prima 366 persone, il tre ottobre, poi altre 260 che solamente otto giorni dopo si sono aggiunte alle precedenti morte negli ultimi venti anni nel tratto di mare più controllato e militarizzato d’Europa.
Giusi Nicolini, sindaca dal maggio 2012 dell’isola di Lampedusa, sembrava preannunciare una tragedia simile: “Perché queste persone devono chiedere asilo politico a nuoto? Perché dobbiamo aspettare che queste persone vengano decimate dal mare?”. Sono le parole pubblicate nella lunga conversazione tra me e la sindaca nel libro “Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti” (Edizioni Gruppo Abele, 2013).
A tragedia avvenuta, la risposta “umanitaria” dell’Italia è stata la messa in campo di un assetto militare di vaste dimensioni, non soltanto attorno Lampedusa, ma in tutto il Canale di Sicilia, in acque italiane, maltesi, internazionali, senza sfiorare quelle libiche o tunisine.

Come se da un giorno all’altro dovesse essere dichiarata una guerra: ma la “guerra” è preparata per salvare i migranti. Nonostante i controlli e i pattugliamenti del Canale di Sicilia e del Mediterraneo già esistenti, le tragedie dello scorso ottobre hanno portato a delle misure cosiddette eccezionali di rafforzamento del controllo delle frontiere e intervento militare per il soccorso. Si tratta dell’ormai nota operazione “Mare Nostrum”, lanciata dal Governo italiano: un intervento “umanitario e militare”.

In questo nostro mare attorno alla Sicilia, sulle coste libiche e tunisine, adesso navigano cinque navi militari, elicotteri, veicoli a raggi infrarossi per la visibilità notturna e droni: per un costo di circa dieci milioni mensili. Fino ad oggi (maggio 2014, ndr), questo intervento ha tratto in salvo ventottomila persone, un numero pari, nello stesso periodo, al flusso del 2011, dopo la caduta del regime dittatoriale in Tunisia a gennaio e l’inizio del conflitto in Libia a febbraio e marzo. Quel flusso erastato considerato eccezionale e di dimensioni ingestibili per l’Italia.
Oggi questo assetto da guerra nel Mediterraneo, con la militarizzazione del Canale di Sicilia, non contribuisce soltanto al salvataggio di migliaia di persone, ma favorisce il controllo dei flussi, impedisce che qualcuno arrivi, eventualmente, con delle deportazioni, e di fatto facilita i trafficanti. In Libia l’instabilità politica, il debole governo centrale di Meitaq, la crisi economica nel Paese, che col petrolio per anni ha “nutrito” gli immigrati africani, quando non li ha imprigionati e torturati, hanno portato ad un fiorente traffico e a frequenti partenze. Adesso però, meno carburante, meno sicurezza, meno costi per i trafficanti che mettono i migranti in mare perché sanno che a cinquanta miglia dalle coste libiche qualcuno li salverà. E se non sono ancora arrivati nel nord della Libia, sulle coste, a pagare lo stesso prezzo ai trafficanti che oggi invece risparmiano in carburante, i migranti potrebbero anche essere monitorati dai droni che li intercettano nel deserto del Sahara.

La “nuova Lampedusa” è il sud-est della Sicilia, le province di Siracusa e Ragusa, o la Sicilia tutta perché queste navi non arrivano solo al porto militarizzato di Augusta (Sr), ma anche a Porto Empedocle in provincia di Agrigento e recentemente due navi sono arrivate al porto di Trapani e al porto di Palermo. Questa “nuova Lampedusa” e questo nuovo assetto in realtà sanno molto di vecchio: la vecchia e irrisolta “emergenzialità” con cui si salvano le vite, impedendo loro la libera circolazione e facilitando ingressi regolari, improvvisando dei campi o centri di accoglienza nelle cittadine siciliane, ripetendo la stessa retorica pre-elezioni dell’invasione che nulla ha a che vedere col percorso, le tragedie e il quotidiano dei rifugiati. I futuri cittadini del Mediterraneo.

Marta Bellingreri

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