Ecco come dialogano media e diritti

2° giornata FSM_48Nellsponda sud del Mediterraneo la società civile ha sposato l’informazione indipendente, COSPE ha fatto il punto della situazione.

Se sei un movimento che lotta per la libertà e la democrazia e il dittatore di turno ti oscura regolarmente Youtube, Twitter  o  Facebook,  allora non  ti  resta che comunicare col mondo esterno attraverso le radio pirata, i siti  proxy e  i  portali  “alternativi”.Nasce   così  un   matrimonio,  si direbbe d’interesse reciproco,tra  le organizzazioni della società civile e i media indipendenti. Un’unione concepita all’ombra della censura dei regimi dittatoriali della sponda sud  del  Mediterraneo che  COSPE, in  collaborazione con Amarc,  la rete  mondiale delle  radio comunitarie e di suoi partner in Marocco, Tunisia, Egitto  e Palestina, ha  messo sotto la  lente d’ingrandimento per  provare a  coglierne potenzialità e limiti, nell’ ambito del  progetto”MedNet” finanziato dall’ Unione Europea.

In   Tunisia  le   organizzazioni  della   società  civile   sono passate in soli due anni da 10 mila (nel 2010) a 15 mila (nel 2012). Di queste, 2000 sono nate a Tunisi, ma la rivoluzione ha portato l’attivismo associativo anche nelle regioni marginalizzate del centro e del sud. Nella capitale nordafricana si concentra anche il 69 per cento delle organizzazioni che operano nel campo dei diritti umani. Comunicare rientra fra le loro azioni fondamentali: i media indipendenti sono il loro sbocco principale. Ma cosa vuol dire media indipendenti? Come spiega la ricerca condotta da COSPE, l’indipendenza è soprattutto quella da logiche di profitto economico e da finalità politiche particolari. La finalità politica, con la “P” maiuscola, di un medium indipendente è una sola: instaurare la democrazia. Un sito come Nawaat.org, che col suo lavoro d’informazione e d’approfondimento ha accompagnato passo dopo passo la rivoluzione tunisina, è considerato uno dei primi esempi  di strumento d’informazione indipendente del Paese.
Anche in Marocco il Movimento 20 febbraio, nato nel 2011 sulla scia della Primavera araba, ha avuto il sostegno fondamentale dei media indipendenti. Il movimento che ha chiesto di cambiare la Costituzione del Paese e fatto pressione sul re Muhammad VI per avviare un percorso di riforme, è stato spesso dipinto dai media ufficiali come un manipolo di violenti sovversivi. I contenuti delle sue istanze sono stati invece raccolti e diffusi da siti come Lakome.com, Tanger 24, Rifnow, Dalilrif, Anwal Presse e
molti altri.

Se da un lato le organizzazioni della società civile hanno bisogno di un megafono per promuovere le loro istanze, dall’altro i giornalisti indipendenti hanno bisogno di una fonte di informazione alternativa. Una complementarità che non si ferma soltanto al flusso di informazioni, ma si traduce anche in iniziative di formazione dei giornalisti al “vocabolario” delle tematiche dei diritti. Come nel caso dello Shams Human Rights and Democracy Media Center di Ramallah, che ha cercato di “educare” i media mainstream al modo di raccontare temi che riguardano il rispetto (o il calpestamento) dei diritti umani. L’organizzazione palestinese ha infatti messo in piedi un programma di formazione per giornalisti che si occupano di diritti umani in collaborazione con l’agenzia di stampa palestinese Wafa.
Quanto ai social media, se tutte le organizzazioni dei quattro Paesi sono concordi nel riconoscere la loro enorme efficacia nella promozione delle istanze di democratizzazione, una parte delle organizzazioni palestinesi (il 30 per cento) mantiene delle riserve sull’affidabilità e l’autorevolezza dei contenuti “postati” in rete, che spesso – argomentano
– sono in forma anonima e non citano alcuna fonte. Una visione piuttosto distante da quella dei Paesi direttamente coinvolti dall’ondata della Primavera araba, in cui Facebook e Twitter hanno giocato un ruolo fondamentale, soprattutto sul piano organizzativo e di sostegno alle azioni di protesta. A differenza di Paesi come Marocco, Tunisia ed Egitto, dove social media,portali e radio comunitarie sono i partner ideali delle organizzazioni che operano nel campo dei diritti umani, è emerso che molte organizzazioni palestinesi prediligono invece la tv per diffondere e raccontare le loro campagne di sensibilizzazione o di sostegno a determinati temi dell’universo dei diritti umani.

Al di là del medium utilizzato, spesso i primi a vedere calpestati i loro diritti sono proprio i giornalisti. Come nota il rapporto sull’Egitto, sono molte le organizzazioni della società civile che si dedicano alla protezione dei diritti di reporter e blogger minacciati dal governo, a prescindere che siano simpatizzanti dei Fratelli Musulmani o dei movimenti rivoluzionari laici. Ma la relazione tra media e società civile non è tutta rose e fiori. In realtà – come nota ancora il rapporto – c’è ancora molta strada da fare: occorre molta formazione e la costruzione di relazioni che vadano oltre l’occasionalità di una singola campagna mediatica. Tra le organizzazioni della società civile manca spesso una strategia di comunicazione. Gli addetti stampa sono mosche bianche e la professionalità di chi è preposto a comunicare è carente, se non del tutto assente. Oppure capita che l’organizzazione, quando si trova nella veste di finanziatore della campagna d’informazione, tende ad assumere un controllo troppo stringente sul medium finanziato. Tante opportunità quindi, ma anche diversi buchi da colmare: una strada tortuosa, ma che è anche il laboratorio privilegiato per la costruzione di una nuova coscienza democratica.

Ernesto Pagano

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