La storia è femmina

Non esiste un solo femminismo, esistono tanti femminismi e soprattutto esistono le donne con desideri, visioni, pratiche differenti che possono contaminare e contaminarsi. Forse parte anche da qui quel lungo lavoro di COSPE a favore delle organizzazioni di donne in tanti luoghi del mondo. La presidente e co-fondatrice di COSPE, Luciana Sassatelli, si impegnò per anni in questa battaglia. Forse la più lunga e difficile fu quella dedicata alla sponda sud del Mediterraneo, luogo contenitore di tante contraddizioni e conflitti.

Inizio anni ’90, Algeria, il terrorismo, le donne prime vittime e bersagli, prime nel tenere ferma una battaglia di civiltà contro l’inciviltà di qualunque terrorismo. Luciana pensò a loro come soggetti politici indispensabili per vincerla. Fondò con altri e altre il Cisa (Comitato Italiano di Solidarietà con l’Algeria) e creò le condizioni per un collegamento stabile tra le femministe e attiviste algerine e l’Italia. Solo molto dopo è arrivato un progetto di una casa rifugio per donne vittime del terrorismo e del codice della famiglia.

Poi cominciò a tessere relazioni con altre organizzazioni di donne nel sud del Mediterraneo: Palestina, Marocco, Tunisia. Troppe similitudini. Fare rete. Creare connessioni stabili. Rompere le divisioni nazionalistiche per riconoscere che la questione dei diritti formali e sostanziali delle donne rimaneva una questione non risolta dovunque nel Mediterraneo. Sarebbe stata contenta, Luciana, di vedere che alla fine il terrorismo in Algeria è stato sconfitto grazie anche alle battaglie delle donne. Forse sarebbe però impaziente oggi nel constatare che nonostante il tempo passato e le Primavere arabe, le donne sono ancora costrette a ricordare l’universalità dei loro diritti: “Lo statuto delle donne diventa una grande questione politica per le società e le istituzioni. L’instaurazione di un regime di violenza quotidiana esclude le donne dallo spazio pubblico. Queste politiche retrograde si collocano nello stesso quadro delle economie liberiste che stanno instaurando l’austerità in tutto il mondo”. Sono le parole che si leggono nella dichiarazione pubblica congiunta delle donne al Social Forum di Tunisi. Forse sarà solo una piccola goccia in questa grande battaglia ma da alcuni mesi COSPE sta sostenendo il processo di creazione di un centro donna in una piccola città nel nord della Tunisia, Jendouba, sulla scia dello storico centro “Passi Leggeri” in Albania.

Ma i confini del nord e sud del mondo si perdono nei volti e nei corpi di tante donne che dai tanti sud del mondo sono emigrate verso il nostro nord. Lavorano nelle nostre case, si prendono cura dei nostri figli, dei nostri anziani. Forse quando COSPE cominciò, quasi pioniere, quel lavoro di mediazione interculturale negli anni ’80, non si pose subito il problema che nelle migrazioni ci sono uomini e donne, trasmigrazioni di patriarcati e nuove asimmetrie. Fu di nuovo il movimento delle donne, o meglio, alcune sue espressioni più innovative a far emergere la contraddizione delle migrazioni al femminile, di come impattavano sui movimenti delle donne e sulle politiche locali di welfare in Italia. La creazione del primo centro interculturale delle donne a Torino, l’Alma Mater, affascinò COSPE e si crearono i primi collegamenti che portarono poi ad una progettazione importante in Toscana e Emilia Romagna. Fu in particolare Maria Teresa Battaglino, storica femminista, a promuovere con COSPE un associazionismo di donne migranti che mettesse insieme diritti, reddito, rete sociale mostrando che il nord e sud del mondo sono intrecciati in una relazione complessa e tortuosa al di là di confini geografici oggi sempre più labili.

di Debora Angeli

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