Mare chiuso

— Un film che racconta il Mediterraneo dei respingimenti attraverso gli occhi dei migranti.

Mare chiusoFra i premi consegnati dalla giuria di qualità della sesta edizione del “Terra di Tutti Film Festival”, che si è svolto a Bologna dal 2 al 14 ottobre 2012, risulta anche, fra le migliori produzioni italiane, “Mare Chiuso” di Andrea Segre e Stefano Liberti, un documentario di 62 minuti teso e puntuale, un’inchiesta giornalistica rigorosa e documentata prodotta da Zalab, la casa di produzione romana che ha fatto del documentario partecipato e delle video inchieste sui temi quali migrazioni, integrazione e lotta allo sfruttamento, il suo tratto distintivo.

Il film che uscito nel 2012 può già vantare un palmares di premi notevoli nei principali festival italiani ed è accompagnato fedelmente da un blog molto seguito ed aggiornato (marechiuso.blogspot.it) che, come il documentario, “racconta gli accadimenti avvenuti fra il maggio 2009 ed il settembre 2010”, dice l’autore Stefano Liberti. All’epoca “oltre duemila migranti africani vennero intercettati nelle acque del Mediterraneo e respinti in Libia dalla Marina e dalla Polizia italiana. In seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, infatti, le barche dei migranti venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze.

Nel marzo 2011 con lo scoppio della guerra in Libia, migliaia di migranti africani sono scappati e tra questi anche rifugiati etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che si sono rifugiati nel campo Unhcr di Shousha in Tunisia.” E’ qui che gli autori hanno raccolto le testimonianze narrate dai protagonisti di queste violazioni dei diritti umani: storie di sofferenze e umiliazioni, come quella di Semere, respinto dalla Marina mentre cercava di raggiungere la moglie incinta che viveva in Italia. Per 2 anni ha sentito dal campo profughi la figlia neonata soltanto a telefono. E solo grazie alla popolarità ottenuta dal documentario in Italia gli è stato concesso il permesso di soggiorno e la possibilità del ricongiungimento familiare. Grazie ad una distribuzione dal basso, il documentario sta arrivando a toccare circoli e associazioni, piccole realtà e grandi festival. Come spiega Liberti: “Si tratta di un documentario riuscito perché c’era identità di punti di vista fra gli autori e fra i protagonisti.”

“Abbiamo fatto il film – continua Liberti – nel momento in cui si stavano ridiscutendo gli accordi per la gestione dei flussi, perché sia in Libia che in Italia c’è un nuovo Governo, e speriamo che il fi lm possa essere un mezzo di informazione e sensibilizzazione per superare le politiche dei flussi e dei respingimenti”.

Insomma un interessante percorso d’inchiesta giornalistica sulle migrazioni in Italia che per Segre e Liberti sta continuando in questi prossimi mesi: stanno infatti, assieme a Gabriele Del Grande (fortresseurope.blogspot.com), portando avanti la produzione di alcuni brevi video destinati al web, dal titolo “In Nome del Popolo Italiano”, alcune girate all’interno del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria ed altre riguardanti il fenomeno del caporalato nei campi agricoli del sud Italia.

di Jonathan Ferramola

Babel 3/2012