L’intima rivoluzione di Suzanne

I NUMERI DELLA DISCRIMINAZIONE
60% è il tasso d’analfabetismo femminile in Egitto.
13% delle minori è costretta al matrimonio precoce.
10% delle donne delle aree rurali è senza carta d’identità
95% delle donne dell’intero paese subiscono mutilazioni genitali

(Fonte – UNDP 2010)

susanne2Suzanne è quella divorziata, quella che non vuole più portare il velo. La sua fama all’interno del gruppo la precede e la sua storia, tra le tante diffi cili, sembra particolarmente dolorosa. Ma assomiglia a una rinascita: “Mi sono sposata a 17 anni, lui viveva a Il Cairo e lo vedevo raramente. Diceva di essere un avvocato. Non ho mai saputo cosa facesse realmente” mentre parla Suzanne è calma, racconta la sua vita come se non fosse davvero la sua o come se leggesse da un libro. Forse l’ha già fatto molte volte, con le altre donne del comitato: “Di fatto, non provvedeva a me in nessun modo. Spesso mi portava a casa dei miei ed erano loro che dovevano darmi da mangiare e i vestiti. Se rimanevo con lui mi offendeva e mi umiliava. E’ stato un periodo terribile. Non sapevo che fare della mia vita”.

Poi, finalmente, è arrivato il divorzio e su questo Suzanne non scende nei particolari se non per dire che è costato molto alla sua famiglia, e non solo in termini economici: “Il divorzio qui è visto come una disgrazia. E’ come se tu avessi commesso un crimine”. Il difficile però doveva ancora cominciare: “Tornata a casa volevo tornare alla mia vita di prima e per un po’ mi sono tolta il velo come facevo da ragazzina ma poi per strada le persone mi additavano. Alla fine sono venuti i miei zii ad avvertirmi che stavo dando scandalo e che dovevo comportarmi come si conviene a una donna divorziata.” Questo ha voluto dire per Suzanne indossare il burqa, tutti i giorni, in pubblico. Per questo ci accoglie nella grande casa di famiglia tra il salotto e una camera ancora arredata da ragazzina con peluche e bambole. Qui, può alzare il velo, parlare e posare, raccontarci della sua depressione: “Stavo chiusa in casa. Non facevo niente. Invidiavo le altre ragazze quelle che riuscivano ad andare all’università, per esempio”. Poi il passaparola tra le donne, le voci di un comitato dove si incontravano altre ragazze e altre donne e la pazienza della madre che l’ha convinta, e Suzanne è uscita di casa. Ha prima frequentato alcuni corsi, poi ha deciso di prendere un diploma in informatica e, subito dopo la rivoluzione, è diventata fondatrice del comitato dei giovani dove coordina le attività di quindici persone di cui 12 giovani uomini.
E non ne è per niente intimidita: “Le cose stanno cambiando. Dopo la Rivoluzione diventa possibile immaginare un futuro migliore per la nostra comunità. Per gli operai delle fabbriche così come per le donne”. Il velo? “Lo indosso per tradizione ma lo trovo inutile e restrittivo nella comunicazione con gli altri… Per adesso – dice a bassa voce – me lo tolgo ogni volta che posso e che esco da questo villaggio”. E, per la prima volta, sorride.

Tratto da Revolutionary People

Babel 3/2012