Dal Senegal la voce del rap contro il regime

Intervista ai rapper del gruppo Keur Gui – Y'en a Marre!

I rapper del gruppo Keur Gui – Y’en a Marre!

Intervista ai rapper del gruppo Keur Gui – Y’en a Marre!

di Luca Raineri

Sono in molti a sostenere che sia grazie al movimento “Y en a Marre” (Ne abbiamo abbastanza!) che la democrazia è stata salvata in Senegal. Ritenuto un oasi di democrazia immersa nella turbolenta Africa Occidentale, il Senegal ha conosciuto un pericoloso tentativo di destabilizzazione da parte dell’ex-Presidente Abdoulaye Wade che, a partire dalla scorsa estate, in vista della conclusione del proprio secondo mandato, le ha provate tutte per rimanere in sella: fino al tentativo di modifica della legge elettorale e della Costituzione, per candidarsi al terzo mandato (come nel caso dell’ex presidente del Niger, Tandja, che si è concluso con un colpo di stato militare) e poter essere eletto con il 25% dei voti, autorizzando con un abile stratagemma la successione dinastica in favore del figlio Karim (confortato dall’esempio dei colleghi africani Omar e Ali Bongo, presidenti dinastici del Gabon con l’avvallo della Francia).

Y en a Marre nasce da un gruppo di rappers della banlieu di Dakar e da alcuni giornalisti militanti, stanchi dei continui soprusi, della violazione dei diritti umani e della corruzione dei propri governanti. Le loro canzoni engagés hanno ispirato migliaia di giovani; e soprattutto hanno restituito al rap la dimensione originale di musica di strada e di espressione della protesta del ghetto: i rappers di Y en a Marre hanno improvvisato sui bus, nelle strade, dappertutto, per sensibilizzare la popolazione alla scommessa democratica delle elezioni, convincendo migliaia di senegalesi disillusi a richiedere una tessera elettorale e andare a votare. E contro ogni aspettativa Wade ha perso, a fronte di una affluenza senza precedenti che nessuna trasmissione televisiva, nessuna inchiesta giornalistica, nessun appello dell’intellettualità avrebbe saputo conseguire.

Abbiamo incontrato a Monastir (Tunisia) i rapper di Y en a Marre, intervenuti in occasione del Forum Sociale del Maghreb, in preparazione al prossimo Forum Sociale Mondiale che avrà luogo in Tunisia nel marzo 2013.

 

Perché siete qui?

YAM: siamo qui, in qualità di artisti, per esprimere la voce dei giovani africani. Tutti i popoli africani sono una sola famiglia: in nome della nostra dignità, non accettiamo più la repressione e la sottomissione a governi dispotici che non ci rappresentano. Non c’è bisogno di essere al governo per cambiare le cose: anche il semplice cittadino può e deve fare la sua parte.

Il Senegal e la Tunisia sono espressioni di una stessa lotta. Non siamo stupidi animali, non accettiamo più di essere presi in giro da dirigenti mafiosi che violano quotidianamente i nostri diritti. Noi non siamo i loro sguatteri né i loro servi, sono loro che sono impiegati pubblici al nostro servizio.

 

Com’è attualmente la situazione politica in Senegal?

YAM: Per ora è stabile. Vediamo cosa succederà, rimaniamo in allerta. Noi non siamo fiancheggiatori di nessun governo, siamo con la gente, in mezzo al popolo. Il nostro è un movimento politico, ma non un movimento partitico. Il nuovo Presidente sa che possiamo mobilitare di nuovo migliaia di persone in un batter d’occhio. Per questo ci ha avvertito prima di salire al potere: faccio cinque anni e me ne vado. Ha paura di noi.

 

Lo scorso anno avete scatenato una mobilitazione così travolgente da impedire a Wade di impossessarsi della Presidenza perpetua del Senegal. Come ci siete riusciti?

YAM: Noi siamo stati la miccia, il detonatore, ma sotto, nella società e fra la gente, la rabbia covava silenziosa da anni, specialmente dopo il tentativo di Wade di imporre il ticket presidenziale, e di trasferire di fatto il Paese al figlio Karim che nessuno aveva eletto. Noi ci abbiamo messo le parole, la passione, la responsabilità delle scelte individuali. Siamo partiti da Kaolack, la nostra città natale, dove, insieme ad alcuni amici giornalisti, abbiamo lanciato un appello, “l’appello del thé”, per la moralità pubblica e il rispetto delle condizioni minime di vita delle popolazioni. Dicevamo: com’è possibile che i ricchi in Senegal abbiamo più cure per i loro cani e i loro cavalli che per la gente del ghetto? Nelle banlieues non c’è acqua, non c’è elettricità, eppure paghiamo delle bollette salatissime e il riso ha raggiunto prezzi inarrivabili. L’ispirazione ci è giunta anche dagli Imam dei nostri quartieri: hanno 70 anni, e sono ancora lì a salmodiare le stesse proteste di anni fa. Lo dobbiamo a loro, e lo dobbiamo a noi stessi, per non ritrovarci nella stessa situazione: è arrivato il momento di darsi da fare in prima persona: Wade, in questi 12 anni, non ha mantenuto nessuna delle sue promesse.

 

E cosa è successo?

YAM: Il movimento è stato represso sul nascere dal regime “democratico” senegalese. Alcuni giornalisti sono stati imprigionati. Anche io sono stato preso: mi hanno trattenuto e torturato. Accovacciato, ammanettato, legato braccia e gambe a un’asta di ferro, sono stato preso a colpi di bastone e percosso con i fili elettrici. Alla fine non riuscivo più a camminare: mi hanno portato da mia madre in spalla. Gli amici, la famiglia, e perfino numerosi politici dell’opposizione ci dicevano di lasciare perdere, che non c’era niente da fare, perché “così è l’Africa”. Noi invece ci siamo detti: “basta discutere, è il momento di agire”. E così, il 23 giugno 2011, il nostro portavoce ha denunciato l’accaduto a giornali e televisioni. Così è nato il movimento Y en a Marre.

 

Cosa vi ha dato il coraggio di continuare, nonostante minacce e torture?

YAM: Quando non hai più niente da perdere, c’è poco da spaventarsi. Arrivi al punto in cui sei pronto a morire per quello in cui lotti. Cosa vogliamo? Giustizia, uguaglianza, trasparenza. La fine di un regno di intimidazione e corruzione. Vogliamo la salvezza del nostro popolo. Ci attacchiamo al senso di dignità per andare avanti nonostante le minacce e le torture: la dignità è ciò a cui non puoi rinunciare, quando ti hanno spogliato di tutto il resto. Y en a Marre è uno stato d’animo. E oggi Y en a Marre! (ne abbiamo abbastanza!) in ogni angolo del Paese.

 

Sembra di ascoltare un militante di piazza Tahrir…

YAM: Certo! In Egitto come in Senegal è un problema di dignità prima di tutto. Anche in Egitto o in Tunisia il popolo ha capito che ce la poteva fare quando ha smesso di temere la morte. È semplice, forse brutale, ma umano: quando i popoli sono oppressi, come noi, reagiscono. Gli esseri umani sono uguali dappertutto: forse anche in Europa, un giorno, l’esasperazione porterà la gente a riscoprire un senso di dignità che non è disposta a cedere, dovesse anche costare la vita.

 

Eppure molte spesso si ha la sensazione che la ribellione non basta. L’eroico popolo tunisino si è scrollato di dosso un regime dittatoriale e repressivo, eppure sembra che ci sia ancora molta strada da fare perché le cose cambino.

YAM: Vero. Anche in Senegal, abbiamo cacciato Wade, ma non per questo il nostro compito è esaurito. Il nostro movimento, attraverso il rap militante, esiste da prima di Wade, fin dall’epoca di Adbou Diouf. Per questo abbiamo subito chiarito al nuovo Presidente: noi non siamo con te. Noi siamo con le classi umiliate, il popolino, i dannati della terra. Sorvegliamo i potenti, li marchiamo stretto. Stiamo in allerta, aspettiamo che il nuovo governo di Macky Sall sia a pieno regime, e che non abbia più scuse, per ripartire all’attacco. Quella della società civile è una lotta perpetua, per cui le parole, senza impegno concreto costante, non bastano.

 

Queste sono parole: ma da dove ripartire, concretamente? Quale leva bisogna azionare perché le cose cambino?

YAM: Ciascuno deve guardare a se stesso. Insieme ad altri artisti, abbiamo lanciato la campagna NTS, per un Nuovo Tipo di Senegalese: affidabile, integro, onesto, coraggioso e laborioso. La corruzione è fatta di vittime ma anche di complici. La responsabilità di ogni atto è individuale. Ancora una volta, è una questione di dignità. Il nostro ultimo lavoro si intitola provocatoriamente: “Di chi è la colpa?” La colpa secondo noi è di ciascuno, nella misura in cui accetta e collabora, attivamente o passivamente, con lo stato di cose presente.

 

Il movimento di Y en a Marre è cresciuto anche grazie al Forum Sociale Mondiale di Dakar. Ma in Tunisia, dove la rivoluzione è già avvenuta, a cosa può servire il Social Forum?

YAM: Noi non siamo nati con il Social Forum, anche se questo ci ha permesso di amplificare il nostro messaggio, attirare l’attenzione dei media internazionali, arrivare più lontano e  approfondire i legami politici con altri movimenti. Altrettanto in Tunisia il Forum può rinforzare una dinamica sociale che è presente ma poco radicata e smarrita. Ma in Senegal, in Tunisia, in Egitto, in Mali, dappertutto in Africa, i figli di Sankara sono cresciuti: e niente sarà più come prima!