A Rio con la società civile per la gestione dei beni comuni e dell’ambiente.

Secondo numerosi esponenti della società civile, organizzazioni non governative, movimenti sociali e indigeni, i negoziati del vertice Onu su Sviluppo e Ambiente di “Rio+20”, che comincia il 20 giugno, sono condannati in partenza. Cospe parteciperà, accreditato, sia ai lavori ufficiali del Forum che all’Assemblea dei Popoli. L’aspettativa è quella di capire cosa si sta muovendo nella società civile di tutto il mondo e partecipare attivamente alla costruzione di un’agenda politica ed economica alternativa a quella proposta dai “Grandi”. Ma, alla vigilia, il terreno di confronto non lascia ben sperare: lo “Zero Draft”, il documento alla base delle trattative, non è in effetti promettente: i primi 5 paragrafi parlano solo di crescita economica. La progressione storica del rapporto fra sviluppo e ambiente dei successivi vertici Onu è a questo proposito eloquente: nel 1972, a Stoccolma, il gruppo di Roma segnalava i limiti dello sviluppo; nel 1992 si è imposto il paradigma dello sviluppo sostenibile; e oggi si parla semplicemente di green economy, concetto di matrice neoliberista, che elude completamente il problema della riduzione delle emissioni. Si passa quindi da un approccio fondato su diritti e vincoli condivisi, ad una visione basata sulla cieca fiducia nei meccanismi di autoregolazione del mercato.

La disperata necessità di fonti di finanziamento alternative per l’Onu, determinata dal generale contesto di crisi finanziaria, si incontra allora con l’ambizione delle compagnie multinazionali, che non fanno mistero del desiderio di partecipare alla governance mondiale, sedendo da protagonisti al tavolo dei negoziati, nonostante un evidente deficit di legittimità e trasparenza. Già oggi la Coca-Cola finanzia UN-Habitat, Nestlé accompagna l’Undp in un programma di accesso all’acqua. Rischia allora di materializzarsi un inedito disegno di alleanza fra le multinazionali e le istituzioni internazionali. In questo quadro, la vera posta in gioco della convention di Rio – assicurano gli esperti – consisterà nella definitiva finanziarizzazione dei beni comuni e dell’ambiente.

Negli anni ’90, a seguito del primo vertice di Rio che preconizzava “l’apertura dei mercati globali”, la svendita delle compagnie statali di servizi pubblici ha rappresentato una prima frontiera di tale processo; negli anni 2000 l’ingresso delle public utilities nel mercato finanziario ha generato spirali di debito che solo l’iniezione di ulteriori fondi pubblici è riuscita ad arginare: le famose PPP (private-public-partnership) rappresentano quindi la seconda necessaria tappa di questa dinamica. Oggi, infine, la creazione artificiosa di scarsità rappresenta il presupposto fondamentale per un’ulteriore appropriazione e finanziarizzazione dei beni comuni. Le risorse ecosistemiche, concepite non più come “stock”, riserve, patrimonio materiale e tangibile, ma come “flusso” immateriale e dislocabile a piacere, sono convogliate in un processo di circolazione illimitato volto a garantire l’adattamento globale al cambiamento climatico. Il controllo locale, fondamento della gestione comunitaria e del concetto stesso di bene comune, viene così necessariamente sacrificato in nome della circolazione illimitata dei flussi finanziari.

A Rio la società civile globale, che parteciperà all’Assemblea dei Popoli, dovrà riuscire a capitalizzare sia le vittorie della battaglia dell’acqua – quelle cioè che maggiormente hanno caratterizzato gli ultimi anni dei movimenti sociali internazionali – che riuscire a denunciare l’inadeguatezza dell’attuale modello di sviluppo per la gestione dell’ambiente e dei beni comuni in generale.